Ristoranti senza menu, quando non scegliere è un atto di fiducia

Norma Judith Pagiotti, 14.06.2026

Dalla degustazione fissa all’omakase, sempre più insegne chiedono al cliente di rinunciare alla carta anche in ristoranti più informali. Una formula che promette coerenza, meno sprechi e più identità, ma che apre anche una domanda delicata: dove finisce l’autorialità e dove comincia l’ascolto?

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C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui il menu era una piccola mappa del desiderio. Si apriva la carta, si scorreva l’elenco dei piatti, si esitava tra un antipasto e un primo, si costruiva la propria cena come un percorso personale, a volte coerente, a volte felicemente disordinato. Oggi, in una parte sempre più significativa della ristorazione contemporanea, quel gesto si sta facendo meno centrale. In molti casi scompare del tutto. Niente carta, niente scelta, o quasi. Ci si siede e si accetta un itinerario già scritto. A volte dichiarato in anticipo, a volte solo suggerito. A volte consegnato al tavolo alla fine, come una memoria di ciò che è appena accaduto.

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