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Hotel Orient Express La Minerva e Gigi Rigolatto a Roma

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Ristorante
Roma

Due debutti allo stesso indirizzo: il primo Orient Express Hotel al mondo e il ristorante Gigi Rigolatto in terrazza. Dove? Piazza della Minerva, nel cuore di Roma.

Roma non aveva bisogno di un altro hotel. Aveva bisogno di un’idea nuova di ospitalità. E ora ce l’ha.
A pochi passi dal Pantheon, nel pieno centro storico della Capitale, ha aperto il primo hotel Orient Express al mondo: Orient Express La Minerva, destinazione di charme incastonata in un palazzo secentesco (al civico 69 di piazza della Minerva) che ospitò in altre epoche, tra le persone celebri, scrittori come Stendhal ed Herman Melville.

Un luogo dove ogni corridoio sembra ricordare che l’eleganza non si urla, si costruisce. Con proporzioni, luce, dettagli. E visione. È la prima tappa di un progetto che porterà la filosofia Orient Express da Roma a Venezia (con il futuro Palazzo Donà Giovannelli), su rotaia (con i treni La Dolce Vita) e persino via mare con gli yacht Corinthian.

Restaurato e ripensato dal designer e architetto franco-messicano Hugo Toro, l’hotel è molto più di un esercizio di restyling: è una dichiarazione di poetica. Ogni stanza è concepita come un viaggio, con richiami visivi e tattili al leggendario treno da cui prende il nome. I tessuti firmati da Rivolta Carmignani, i bauli su misura, le finiture in legno: tutto evoca il sogno di un’altra epoca, reso perfettamente abitabile nel presente. I soffitti dipinti a mano sopra ogni letto aggiungono un ultimo tocco di malinconia artistica, che solo Roma sa maneggiare senza diventare manierista.
L’Orient Express La Minerva dispone di 93 camere, tra cui 36 suite. Dalla Stendhal Suite alla Bernini Room, ogni spazio è pensato come un ritratto vivente della Roma eterna, declinato con grazia e precisione.

Gigi Rigolatto: il rooftop che la Capitale non sapeva di aspettare

Se il cuore dell’hotel batte nel marmo e nei velluti, il suo slancio verso il cielo si chiama Gigi Rigolatto Roma. Il ristorante - firmato dal colosso Rikas Hospitality Group insieme con Paris Society, porta il nome di un immaginario “tipo italiano” - è l’anima più sensuale dell’intero progetto. Aperto al pubblico da poche settimane, domina la terrazza dell’hotel come un salotto en plein air da cui si contempla la città, senza bisogno di proclami.

Non aspettatevi il classico ristorante fine dining, non aspettatevi un’osteria con il cameriere che vi racconta la carbonara come l’avesse inventata lui, non aspettatevi nemmeno la comfort zone della cucina tradizionale italiana, né una caricatura parigina con burro a pioggia e maître inamidati.
Di francese qui c’è solo una cosa, ed è notevole: il brio, la sprezzatura che guarda il lusso con distacco, e la mano del pasticcere Benoit Dutreige, che firma dolci da standing ovation. Il resto è ritmo, niente di ingessato, ma con il fascino dei locali old money. Qui si respira un’eleganza libera, disinvolta, senza la tensione da arrivismo. Un luogo dove la bellezza non si ostenta, si indossa. Il ristorante è in soft opening, ancora, ma la direzione è chiara: sarà un place to be. Vero, non di quelli che ti accorgi troppo tardi che lo erano.

Una terrazza romana con vista e visione

Da Gigi Rigolatto si osservano tetti, cupole e monumenti come fossero stati allestiti per uno spettatore esigente: Pantheon, Vittoriano (detto scherzosamente “macchina da scrivere”), San Pietro. Ma la vera scena si consuma ai tavoli, tra piatti che giocano con la tradizione italiana e la reinterpretano con stile preciso, contemporaneo, mai forzato. La mano è sicura: fregola scampi e pistacchio, spaghetti alla chitarra con aragosta, tagliolini al tartufo nero. Una cucina che non ha bisogno di inventare nuovi linguaggi, ma solo di farsi capire con chiarezza e ambizione. Gigi Rigolatto per la prima volta trova casa in Italia, la sua patria elettiva.

Ce ne parla Antoine Menard, direttore artistico di Paris Society, che ha curato personalmente questa apertura.

Roma è una tappa cruciale nello sviluppo del brand. È il momento in cui il nostro italiano immaginario, cresciuto tra i riflessi dorati di Saint-Tropez e le luci verticali di Dubai, si misura con la propria origine. È un esame di maturità. In piazza della Minerva ho voluto un Gigi più autentico, meno teatrale. Una forma di romanticismo asciutto, classico, come una scena della Dolce Vita, girata senza colonna sonora. I tavoli sono diventati più rotondi: a Roma si conversa, non si esibisce. Le coppie sono più presenti, le tovaglie più lunghe, le luci più basse. Abbiamo tolto volume al luogo per dare voce all’intimità.

Continua Menard:

Questo è un Gigi Rigolatto alla grande, ma che parla a bassa voce. La cucina segue lo stesso principio: piatti in equilibrio tra l’alta gastronomia e la semplicità, come se l’eleganza fosse un istinto e non un esercizio.

Sul menu, infatti, si alternano crudi di mare puliti, primi con un piede nella tradizione e l’altro nella grazia contemporanea. La materia prima è trattata come fosse sotto la lente. La vista sulla città, pur meravigliosa, è solo una cornice: l’attenzione è tutta sul piatto.
Alla domanda su cosa desideri per il pubblico romano, Menard risponde:

Vorrei che questa terrazza diventasse romana, prima di tutto. Ovvero che i romani la riconoscessero come propria. Che venissero, si sedessero, guardassero, e pensassero: ‘Ma certo, dove altro poteva stare un ristorante così?’. Dico ai cittadini di Roma: siate curiosi, siate esigenti. Questa è la vostra città, la vostra vista. Venite a riscoprirla da qui, come se fosse la prima volta.


 

Roberta Schira
Roberta Schira
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