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Il gallo di Cocteau incontra il Vesuvio

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Napoli

Les Grandes Tables du Monde si incontrano al George Restaurant di Napoli. Cronaca di una cena che il destino ha scritto meglio degli chef. Napoli incontra l'Alsazia.

Per la Giornata Internazionale della Gastronomia, Les Grandes Tables du Monde ha orchestrato Momentum: diciannove cene a quattro mani, trentotto ristoranti, tredici paesi, settantasei stelle Michelin nella stessa sera. Al George Restaurant del Grand Hotel Parker's il sorteggio porta Cédric Deckert, chef di La Merise a Laubach, doppia stella alsaziana. Padrone di casa, Domenico Candela. Due cucine mai incrociate, in dialogo per un pescaggio cieco. A raccontarla per l'Italia, una sola testata: Falstaff.

E' il Momentum

Les Grandes Tables du Monde nasce nel 1954 a Parigi come «Traditions et Qualité»: sei ristoratori — Maxim's, Taillevent, La Tour d'Argent fra gli altri — fanno fronte comune, e Jean Cocteau disegna il celebre coq su un tovagliolo del Grand Véfour. Ribattezzata nel 1990, oggi riunisce oltre duecento ristoranti in ventotto paesi sotto David Sinapian (Maison Pic). Momentum è il gesto più audace: non una classifica ma una comunità che avanza.

La cornice: Grand Hotel Parker's

Nel 1870 George Parker Bidder III, biologo marino inglese, rileva l'antico Tramontano Beau Rivage e gli lascia il proprio nome. Nei corridoi sono passati Oscar Wilde nel 1897, sotto falso nome con Lord Alfred Douglas, e poi Virginia Woolf, Stevenson, Totò, Clark Gable. Dal 1948 è della famiglia Avallone: l'avvocato Francesco Paolo lo risolleva dalle rovine della guerra, la terza generazione lo guida oggi. Gli Avallone sono anche i vigneron di Villa Matilde, la casa campana che ha restituito dignità al Falerno. Cinque stelle lusso, sessantasette camere, facciata Liberty, collezione Chiurazzi, Relais & Châteaux dal 2025. Al sesto piano, la scenografica terrazza sul Golfo e sul Vesuvio ospita il George: unico due stelle della città, dal 2026 fra Les Grandes Tables du Monde.

La terrazza del George Restaurant
La terrazza del George Restaurant

I due protagonisti

Domenico Candela guida il George dal 2018 con un passaporto timbrato dalle cucine giuste: Solivérès e Alléno in Francia, Guida, Bartolini, Mazzone in Italia. Nel 2024 la seconda stella, primato storico per Napoli. Salse al millimetro, consommé limpidi, Mediterraneo che devia verso Oriente. Cédric Deckert è l'Alsazia costruita a mano: quindici anni nella brigata di Jean-Georges Klein a L'Arnsbourg (tre stelle), nel 2016 apre La Merise a Laubach, ai bordi dei Vosgi del Nord. Seicento metri quadri ricostruiti con materiali di recupero — grès rosa dei Vosgi, tegole Biberschwanz — cinque ettari di orto e frutteto, prima stella 2018, seconda 2021. In sala Christelle, moglie e maîtresse de maison, che per diciassette anni era stata al fianco di Cathy Klein a L'Arnsbourg: lì si sono conosciuti. Il servizio porta la sua firma quanto la cucina quella di lui.

Gli chef Cédric Deckert e Domenico Candela

Gli chef Cédric Deckert e Domenico Candela

Il menu, portata dopo portata

Apertura corale. L'Ostrica «Signature» di Cancale di Deckert — selezione della dinastia Boutrais, storici ostricoltori bretoni — alle spezie di casa; la Crostata salata con salmerino e uova di trota marinate; il trittico di Candela con Takoyaki di polpo alla luciana, Mini pizza Margherita al vapore e l'Oliva di rinforzo, trompe-l'œil verde su goccia rossa che finge un'oliva e nasconde la nostra insalata di Natale. Crémant d'Alsace Sainte Joie.

Agli antipasti arriva — per chi scrive — la vetta della serata: lo Scampo di Deckert con crema all'aceto di lampone e caviale Osciètre, la scelta dei palati più esigenti: grana ambrata, finale burroso di nocciola, più fine del Sevruga, meno esibito del Beluga. Lo scampo, sotto, dialoga anziché soccombere: miniatura alla Vermeer, la luce distribuita con ragione. Riesling Alsace Grand Cru Schlossberg 2020 di Albert Mann: granito e mineralità verticale in contrappunto elettrico all'iodio. Abbinamento da manuale, eseguito.

Primo di Candela, dichiaratamente napoletano e, a dispetto dell'etichetta, sensuale: le Candele ripiene di genovese di cinghiale, glassa di cipolla nera, clorofilla di alloro e Parmigiano 48 mesi, natura morta fiamminga, ambra e verde scuro, opulenta senza ridondare. Scelta controcorrente al vino: Falerno del Massico Vigna Caracci 2008 di Villa Matilde, bianco di diciotto anni con ampiezza che un bianco giovane non reggerebbe.

L'Omaggio all'Alsazia di Deckert è piatto-conversazione in più bocconi: tartelletta con crauti, trota salmonata, mousse di robiola di pecora e rafano, caviale Kristal di Kaviari, grani oliva-oro, finale di mandorla — tenuto dal burro Bordier allo yuzu, il burro di culto di Saint-Malo. Riesling Domaine Weinbach 2021 ad accompagnare.

Il secondo di Candela è un piccolo atto politico: Agnello di Laticauda — razza autoctona del Sannio, salvata dall'oblio — con ristretto di papacella napoletana, jalapeño fermentato e bagna caoda alle sardine affumicate. Tre mondi che a leggere sembrerebbero azzuffarsi, in bocca si dispongono in sequenza. Taurasi DOCG Boccella 2019 a sorreggere.

Predessert in napoletano da cinema: il Sarchiapone, la limonata a cosce aperte di Candela — leggerlo è già festa. Chiude la Tenerina al 70% con cremoso alle mandorle amare, polvere di cappero e gelato alle fave di cacao e aceto balsamico. Il prezioso Roccamonfina Aglianico Passito Deira 2005 di Villa Matilde: l'ultima parola alla Campania.



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