Marche del Sud: l'Attico sul Mare e l'arte di cucinare un territorio
A Grottammare, dove la collina degli agrumi digrada verso l'Adriatico, l'Attico sul Mare racconta da oltre diciotto anni un territorio ancora in gran parte sconosciuto, traducendo la memoria dei pescatori-contadini piceni in piatti che sanno di affetto vero.
Cinquanta chilometri di pista ciclabile alberata di palme, un mare cristallino, e poi — bastano cinque chilometri verso l'interno — borghi medievali tra i più belli d'Italia: Grottammare, Offida, Ripatransone con la via più stretta della penisola. Il territorio Piceno, le cosiddette Marche del Sud, si presenta con un'abbondanza di storia e paesaggio che stride con la sua relativa invisibilità turistica.
Simone Marconi, che gestisce l'Attico sul Mare insieme alla sorella Sara, usa una definizione che dice tutto: «Siamo le Marche zozze, le Marche sporche, le Marche del Sud». Non è autoironia, è rivendicazione. Il ristorante — aperto nel 2007 — nasce proprio da questo intreccio inestricabile tra mare e terra, tra il pescatore che era anche contadino e il contadino che scendeva al mare a barattare il proprio raccolto.
Salire per capire
L'ingresso all'Attico sul Mare non è banale. Per potervi accedere bisogna prendere l'ascensore e salire al secondo piano. Poi, prima di sedersi a tavola, gli ospiti vengono accompagnati al piano superiore, in una torretta in stile liberty degli anni Cinquanta, oggi lounge bar con bancone a vista. È qui che il ristorante comincia a raccontarsi.
Sul bancone arriva l'oliva fritta: ma dentro c'è la polpa del brodetto alla sambenedettese, fuori una panatura ricavata dalle lische essiccate dei pesci dello stesso brodetto. Un dualismo di territori — Ascoli contro San Benedetto — risolto in un boccone. Nel calice, il cocktail "Cento Alloro": arancio biondo del Piceno spremuto al momento, estratto di alloro, gin all'arancio. Una bevanda che racconta il paesaggio agrario della zona in modo più diretto di qualsiasi didascalia.
L'arancio biondo del Piceno non è un dettaglio decorativo. Le mappe del catasto napoleonico mostrano l'intera collina di Grottammare come un unico grande agrumeto; lo stemma cittadino reca due piante d'arancio. Nel Settecento il vescovo Bacher, agronomo oltre che prelato, aveva avviato su queste pendici la produzione di agrumi in pieno campo più settentrionale d'Italia e d'Europa, esportando frutti e competenze fino alle coste dalmate.
Mirko Lucidi: tornare a casa per costruire qualcosa di proprio
A dare forma concreta a questa visione in cucina è Mirko Lucidi, classe 1992, cresciuto a poca distanza da Grottammare. Un ritorno maturato dopo un percorso solido: tre ristoranti stellati — Lanterna Verde a Villa di Chiavenna, Il Saraceno a Cavernago, La Vecchia Malcesine — dove ha ricoperto il ruolo di sous chef affinando disciplina, gestione della brigata e sensibilità tecnica. Il suo compito all'Attico non è sovvertire, ma ascoltare: conoscere la storia dei Marconi, per trasformarle in una visione personale che guardi avanti senza perdere radici. La cucina che ne emerge ha stile, carattere ed eleganza, proponendo una contemporaneità non autoreferenziale.
La filosofia: cucina tipica contemporanea
"Tipica contemporanea": tipica perché gli ingredienti e i riferimenti sono quelli del territorio piceno, contemporanea perché le tecniche sono quelle di oggi. Un esempio vale più di ogni spiegazione: l'insalata di mare, tradizionalmente servita fredda dopo una lunga bollitura collettiva che appiattisce sapori e consistenze. «Nostra nonna ci diceva: se è cotto, perché lo dai freddo?» racconta Simone. La risposta dell'Attico è la cottura al vapore in sala, davanti al cliente: ogni mollusco mantiene identità, sapidità, texture. Non è una rivoluzione, è un ripristino.
Analoga la logica dei bomboletti — piccole lumachine di mare tipiche del litorale — che le nonne sgusciavano con pazienza infinita per i nipoti. In cucina vengono puliti e arrivano al tavolo pronti da mangiare al cucchiaio: «L'idea è riprodurre il gesto d'amore delle nonne». Non è nostalgia. È una posizione precisa sul senso dell'ospitalità.
Il tema del "quinto quarto di mare" attraversa tutta la carta: fegato di merluzzo, frattaglie di seppia, lische come materia per le panature. L'idea nasce dalla memoria familiare — il nonno paterno cuoco di bordo, la nonna con il carretto del pesce a Porto d'Ascoli. La "biglia rossa" dell'aperitivo ne è la sintesi: foie gras di fegato di merluzzo, gelatina di Campari, scorza d'arancia e granella di noccioline. Risultato? Sapore marino e profondo, che sa di tradizione.
Il menù si articola in tre percorsi:
- Mare e Memorie per la grande tradizione locale, brodetto, insalata di mare, spaghetto alle vongole
- Nuove Rotte affidato a Lucidi per acidità, consistenze e contrasti
- Hortus per il vegetale che arriva direttamente dall'omonima fattoria di famiglia
Trasversale a tutto, la sezione "Condividi con amore": piatti al centro del tavolo, maniche rimboccate, scarpetta obbligatoria — dichiarata tale sin dalla prima riga del menù.
Sara Marconi: la sommelier che ha imparato a sentire di nuovo
In sala, a costruire gli abbinamenti e a guidare una carta di 450 etichette, c'è Sara Marconi, sommelier da oltre venticinque anni. La sua storia professionale ha attraversato di recente una prova che pochi possono immaginare: nel febbraio 2021 contrae il Covid e perde gusto e olfatto. Per quasi cinque anni lavora senza i suoi strumenti principali.
Non si ferma. Coordina la cantina in collegamento telefonico con lo staff, suggerisce abbinamenti di memoria, costruisce pairing sulla conoscenza del terroir — laghi, fiumi, montagne che condizionano i vigneti — piuttosto che sulle percezioni dirette. Il suo approccio, che l'ha portata a definirsi "Sommelier Anomala", ha sempre privilegiato il racconto sull'analisi: non le note di testa e di coda, ma il paesaggio, la storia di chi coltiva. «Il cliente ha bisogno dell'emozione», dice. Ed è proprio questo metodo che, nel periodo più difficile, le ha permesso di continuare a lavorare con piena dignità professionale.
I sensi sono tornati lentamente, a partire dall'estate 2025, più accentuati di prima, come ricalibrati. Oggi Sara ha integrato la degustazione classica con la propria esperienza vissuta, trasformando il trauma in un metodo di ascolto più profondo: nelle sue wine experience sono gli ospiti a raccontare cosa sentono nel calice, mentre lei ricostruisce con loro un vocabolario sensoriale comune.
Hortus: un giardino storico che nutre la cucina
A pochi chilometri dal ristorante, a Massignano, si trova Hortus, l'azienda agricola della famiglia Marconi, recentemente riconosciuta dal Ministero della Cultura come giardino storico italiano di rilevanza nazionale. Nel giardino le vecchie piante di arancio biondo ancora presenti raccontano in silenzio la storia agrumicola del territorio.
Sono diciassette ettari di paesaggio agricolo integro: oltre cinquecento ulivi tra alberi secolari e nuove cultivar, ettari di coltivazioni cicliche gestite con rotazioni agronomiche tradizionali, una grotta sotterranea, una chiesetta privata consacrata e un antico giardino rurale del Settecento. Tra i viali si percorrono la via delle erbe aromatiche, la via della frutta e il viale degli agrumi. Al di sotto scorre una sorgente naturale che alimenta un antico sistema di irrigazione restaurato, garantendo autosufficienza idrica. Impianti fotovoltaici e soluzioni a basso impatto completano un modello agricolo che non proclama la sostenibilità: la pratica.
Hortus ospita anche un progetto di inclusione sociale — persone con disabilità e anziani che attraverso il lavoro nei campi mantengono contatto con la natura — e uno spazio bioenergetico per la meditazione. Con l'inaugurazione prevista per il prossimo Aprile, il parco aprirà al pubblico con degustazioni, eventi e laboratori didattici.
Un orto riservato esclusivamente alla cucina dell'Attico fornisce quotidianamente ortaggi, frutta ed erbe aromatiche. Il menù "Hortus" porta tutto questo in tavola: i carciofi alla brace, la ricotta salata, i semi misti del tacos croccante servito in aperitivo. Il racconto «dalla fattoria alla tavola» ha un indirizzo preciso.
Grottammare, il borgo che sorprende
C'è un momento, salendo verso il centro storico di Grottammare, in cui ci si ferma senza un motivo preciso. Forse è la luce che cambia, forse è il profumo che arriva dai giardini privati ancora punteggiati di agrumi. Di certo è la sensazione di essere entrati in un luogo che non si era cercato e che non si dimentica facilmente.
Il borgo medievale si sviluppa tra palazzine settecentesche e ottocentesche, vicoli stretti e scorci improvvisi sull'Adriatico. La chiesa di Sant'Agostino — con il suo campanile mozzato, che la leggenda vuole tagliato come condanna per il passaggio di Martin Lutero, e che invece è quasi certamente una scelta architettonica deliberata — è uno di quei luoghi che invitano a sostare più del previsto. Poco distante, il parco della villa Fazzini custodisce la memoria di Pericle Fazzini, lo scultore più importante nato in questa città: è suo il grande bronzo della Resurrezione, otto metri per trentadue, che campeggia alle spalle del Papa nell'Aula Paolo VI in Vaticano. Grottammare produce cose straordinarie, e non lo dice quasi mai.
Lo stesso vale per i suoi campi. L'aria qui profuma di alloro in modo quasi insolito, e non è un caso: questo lembo di costa picena è il principale distretto produttivo di alloro d'Italia, con circa il 75% dell'export nazionale. Un clima che non scivola mai negli eccessi — né l'arsura del Mediterraneo profondo né i rigori del nord — regala alle piante una concentrazione aromatica che altrove non si riesce a replicare. È la stessa mitezza che, secoli prima, aveva permesso la coltivazione degli agrumi più a nord che ci fosse in Europa. Quell'arancio biondo è finito nello stemma della città, nel cocktail di benvenuto dell'Attico, nel viale di Hortus. I fili, qui, non si perdono mai davvero.