A Montefalco evolve il Sagrantino, ma cresce il Trebbiano Spoletino
In una terra di rossi, dove ogni anno l’enoturismo spinge migliaia di winelover, il Sagrantino mostra un percorso evolutivo nel segno dell’eleganza e sboccia (finalmente) l’amore per un bianco da scoprire: il Trebbiano Spoletino
Terra di borghi antichi e oliveti, di vigne e norcinerie, di tradizioni e natura, l’Umbria trova in Montefalco una sintesi peculiare. Questa città del vino è riuscita a proporsi come meta prediletta per gli enoturisti del bello, mentre alcune cantine storiche – quali Lungarotti, Caprai o Antonelli – sono riuscite a imporre un vino difficile come il Sagrantino all’attenzione internazionale. Eppure c’è un co-protagonista che riesce oggi ad ammaliare i winelover, stupiti per l’eleganza verticale e la profondità del Trebbiano Spoletino – un bianco capace di stupire anche per la sua longevità, che la mano dei vignaioli sta evidentemente accompagnando alla bottiglia con una consapevolezza crescente.
Un Sagrantino contemporaneo
Vitigno scorbutico dalla personalità complessa, affascinante proprio per quel suo piglio fiero capace di rappresentare un unicum enoico legato a questo territorio, il Sagrantino sta evolvendo ormai da tempo nella direzione di una maggiore raffinatezza.
Senza rinunciare all’identità di un cavallo di razza difficile da domare, i produttori di Montefalco hanno saputo infatti accompagnare il vino verso una dimensione più contemporanea e infatti negli ultimi anni si è percepito un percorso (non facile) verso un alleggerimento della concentrazione, verso una gestione più consapevole e meno invadente del legno, verso la ricerca di un frutto dotato di freschezza, verso la valorizzazione del tannino come spina dorsale capace di dare longevità senza esser per forza addolcito e ammorbidito.
Assaggi di Montefalco Sagrantino
Il risultato sono calici eleganti e non ruffiani, intriganti perché parlano di terroir. L’assaggio in anteprima dell’annata 2021 – valutata come “ottima” dal Consorzio, in quanto «millesimo di grande equilibrio, capace di coniugare potenza e freschezza» – ha messo in evidenza la personalità solida e consapevole dei vini di Antonelli, Bocale, Scacciadiavoli e Tenute Baldo per l’equilibrio tra un tannino slanciato pur se ancora ruvido e un bel frutto senza svenevolezze. Escono bene anche il Carapace di Tenute Lunelli e il 25 Anni di Caprai, nonostante il legno sia la trama che sostiene il frutto, e il Fortunato di Valdangius con le sue sfumature erbacee; sa essere coinvolgente, rustico e corposo, anche Terre di San Felice.
Tornando indietro con le annate, lasciano il segno il Biologico 2020 di Lungarotti e il 2020 di Terre di San Felice, entrambi orientati al frutto, ma è soprattutto l’annata 2019 a convincere per compattezza nel bilanciamento tra frutto e acidità: bene il Medeo di Romanelli, l’Etnico di Di Filippo, l’annata di Goretti e Scacciadiavoli, ma soprattutto la profondità delle tre etichette di Antonelli, con Chiusa Di Pannone una spanna sopra. Sul 2018 si conferma l’ottimo Collenottolo di Tenuta Bellafonte e poi emergono bene Perticaia, Le Cimate e il Phonsano di Ilaria Cocco.
Trebbiano Spoletino, bianco di caratura europea
Eppure in questa terra di rossi, gli occhi del mondo (enoico) sono puntati anche sul Trebbiano Spoletino. Il vitigno autoctono a bacca bianca, un tempo quasi dimenticato, sta vivendo una seconda giovinezza grazie alla sua straordinaria versatilità e all’acidità verticale che ne fa un bianco capace di competere con i grandi d’Europa.
I viticoltori che hanno scelto di dedicare attenzione a questo vino mostrano con orgoglio piante di vite ultracentenarie e a piede franco, a volte maritate ad aceri, olmi o frassini, che restituiscono nel calice aromaticità e leggiadria, acidità e tensione.
Negli ultimi 15 anni se ne è riscoperto il potenziale, tanto che la sua zona di coltivazione è stata ampliata e la tutela affidata al Consorzio Montefalco.
«Non c’è nessuna idea di rubare spazio ai rossi – assicura il presidente Paolo Bartoloni – ma con la valorizzazione del Trebbiano Spoletino si mette in risalto la meno nota DOC Spoleto e si amplia la proposta dell’Umbria».
Una evoluzione che oggi, finalmente, vede i produttori muoversi con mano sicura e garbata in vigna come in cantina. Tutto sommato la varietà aiuta, perché in tempi di riscaldamento globale la buccia tenace consente di difendersi bene nelle annate piovose come in quelle calde e siccitose, grazie all’elevata vigoria e alla dotazione acida con cui le uve si presentano naturalmente a maturazione.
Assaggi di Trebbiano Spoletino
Uno che testardamente ci ha creduto, con una visione, è Gianluca Piernera della minuscola Cantina Ninni. E da garagista qual è, ma con piedi ben piantati in vigna e un tocco di grazia in cantina (studiando dai maestri francesi), regala emozioni con il suo Poggio del Vescovo: delicatissimo e opalescente nel calice della 2024, capace di profondità emozionante con la 2023, ma che scendendo fino al 2017 o 2015 evidenzia una tenuta cruciale con evoluzioni o verso note di idrocarburo oppure verso il tartufo e la tisana di erbe. Anche il più complesso Misluli, che passa per una macerazione più prolungata, è incredibile.
La cosa interessante è però l’attenzione crescente che anche altri produttori hanno concentrato sulla DOC Trebbiano Spoletino: Filippo Antonelli è sicuramente un veterano, con il suo verticalissimo Trebium e con il più elegante (anche se ammorbidito) Vigna Tonda, da un cru dedicato; molto raffinata e flessuosa la 2024 di Bocale, così come meritano un assaggio le etichette attualmente in commercio di Perticaia, Scacciadiavoli, Ilaria Cocco, il floreale Valdangius e il macerato Terre di San Felice. Da conoscere anche i due vini Superiore firmati da Colle Uncinano e Le Cimate.
Infine, pur nella DOC Montefalco Bianco, scelgono di giocare – e molto bene – sul Trebbiano Spoletino in purezza anche Tenuta Bellafonte con lo Sperella (snello e teso), Tenuta Alzatura con Aria di Casa (agile ed elegante) e Moretti Omero con un vino che in bocca spinge e fa sorridere.