Salta al contenuto
AI Generated

Alziamo il bicchier… e il volume: quando il vino fa musica

Vino
Musica

C’è stato un tempo in cui si cantava per bere e uno in cui si beveva per cantare. In mezzo, secoli di storia italiana: dalle feste dionisiache ai brindisi verdiani, fino alle playlist di oggi. Il vino cambia significato, ma resta sempre al centro della scena.

Prima della vite sacra non piantare, Varo, alcun albero alle dolci pendici di Tivoli o intorno alle mura di Càtilo: agli astemi Bacco rende ogni cosa penosa e gli affanni che ti rodono non si dissolvono altrimenti.

Così inizia la diciottesima ode del primo libro di Orazio.  Un’affermazione che al giorno d’oggi può suscitare il riso ma che è testimonianza diretta di quanto il vino sia stato un elemento fondamentale già agli albori dell’umanità. Come tale, dunque, è più che naturale che nel tempo si sia inserito come elemento più o meno centrale all’interno di un’altra prerogativa della cultura umana: la musica. Ciò è accaduto soprattutto in Italia, dove una tale sinergia di elementi ha portato alla nascita di una narrativa in fasi alterne capace tanto di esaltare il vino quanto di criticarlo.

Le prime metriche sul vino

Già nell’antica Roma, infatti, esisteva una combinazione peculiare tra musica e vino. Spesso i romani si dilettavano a comporre poesia in metrica che venivano poi recitate con accompagnamento musicale durante feste e banchetti. Data l’occasione, il vino veniva spesso citato come elemento della quotidianità più naturale. Esso era parte integrante della vita di tutti i giorni, tanto da essere considerato da Orazio, nel suo famoso componimento sul carpe diem, come uno degli elementi a cui non si può rinunciare se si vuol vivere appieno.

AI Generated

Per la gioia e il divertimento

A Roma così come nell’antica Grecia al vino veniva anche associato un valore magico, spesso cantato durante le feste in onore di Bacco/Dioniso. Questa stessa interpretazione è stata poi mantenuta nei secoli successivi, tanto che più di mille anni dopo la si ritrova in alcuni testi dei Carmina Burana, una raccolta di componimento poetici medievali. I versi di “In taberna quando sumus”, testo successivamente musicato nel 1935 da Carl Orff, racconta proprio la gioia di bere per ogni occasione, fatto che porta tutti ad ubriacarsi in allegria. “Tam pro papa quam pro rege bibunt omnes sine lege. […]  bibit ista, bibit ille, bibunt centum, bibunt mille”!
Nel medioevo il vino diventa così il protagonista della gioia, l’espediente che permette il divertimento e fa scaturire il riso, finanche a riportare ad uno stato di giovinezza, come si scrive Lorenzo de Medici ne “Il trionfo di Bacco e Arianna”.

Il vino come elemento identitario

Durante il periodo del Risorgimento il vino diventa il protagonista di uno dei brani più celebri della lirica: “Libiam ne’ lieti calici” della Traviata di Giuseppe Verdi. Un brindisi corale che trasforma il bere in una celebrazione non solo della voluttà e della gioia di vivere, ma anche dell’amore. Un brano che trasforma un momento quotidiano in qualcosa di più grande: la sostanza di base dello spirito comunitario e identitario italiano, principio da cui poi si svilupperà la successiva canzone popolare.

Le canzoni popolari

Che il vino sia buono e che sia un bel bicchiere l’abbiamo pensato tutti ad un certo punto, ma forse non molti sanno che questa espressione è diventata il ritornello di una canzone in dialetto veneto. Da “Alziamo il bicchier” a “La società dei magnaccioni”, passando per “El vin l’è bon”, tante sono le canzoni popolari goliardiche che, pur avendo spesso poco significato, sono diventate fondamentali come pretesto per creare momenti di convivialità in cui tutti possono cantare, anche senza conoscersi. Una scena che accade spesso ancora oggi.
Alcuni di questi pezzi sono nati durante la vendemmia o in taverna, altri invece in contesti meno piacevoli. Durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale il corpo degli Alpini ha contribuito a comporre e tramandare canzoni capaci di portare gioia anche nei momenti più bui. Si pensi alle variazioni regionali di brani accomunati da un unico messaggio: “L'acqua fa male, il vino fa cantare. Bevevano i nostri padri? Sì. Bevevano le nostre madri? Sì. E noi che figli siamo beviam, beviam beviam”.

Il vino come espediente di critica

Ciononostante, la musica non ha sempre trattato il vino nella sua accezione goliardica. Spesso le canzoni sono diventate anche mezzo di critica verso una società che si abbandona al bere per affogare i propri mali. “Ai nostri dolor insieme brindiam, col tuo bicchiere di barbera, col mio bicchiere di champagne” cantava Gaber. Ancora più aspra la critica di De André in “La città vecchia”:

Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino, quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino. Li troverai là col tempo che fa estate e inverno, a stratracannare, a stramaledir le donne, il tempo ed il governo. Loro cercan là la felicità dentro a un bicchiere per dimenticare d'esser stati presi per il sedere. Ci sarà allegria anche in agonia col vino forte. Porteran sul viso l'ombra d'un sorriso fra le braccia della morte.

Nell’era dei cantautori il vino cambia valore: diventa conforto alla malinconia e alla disillusione. Rimane parte della quotidianità, ma solo per essere specchio di una società in decadenza. Perfino in “Vino” di Piero Ciampi il bere si fa metafora di una mente smarrita.

Il ritorno alla gioia di vivere

Tra gli anni 90 e i primi 2000, però, l’atmosfera cambia ancora e il vino torna a far parte dell’immaginario collettivo italiano come elemento di leggerezza, rafforzandosi come simbolo identitario e quasi stereotipato. Come direbbe Zucchero, diventa “funky”. “Bacco perbacco” di Zucchero, “Lambrusco e popcorn” di Ligabue e “20 bottiglie di vino” di Bandabardò ne sono esempi perfetti: ritmi frenetici, allegri, energici. Il vino rientra in uno scenario più leggero e fa da accompagnamento alla “vita da vivere”, quella “di chi crede, di chi osa”.

Musica contemporanea: le due accezioni del vino

In anni più recenti, tuttavia, le cose sono nuovamente cambiate: nella canzone italiana il calice di vino perde centralità, a favore di una più ampia attenzione all’alcol. Col tempo, infatti, questa bevanda ha perso valore identitario tra i giovani ora più orientati verso gradazioni alcoliche più elevate e cocktail elaborati. Nella musica contemporanea convivono così due accezioni complementari. Da un lato versi come “Se ti dico che arrivo e poi non arrivo non ti arrabbiare, è colpa del vino è colpa del mare, d'estate non vale” di Fred de Palma e “Ora sbocciamo, brindiamo, la vita sorride. Ogni sera è il mio sabato sera” di Sfera Ebbasta raccontano il bere come occasione di disinibizione e socialità; dall’altro, brani come “Colpa del vino” di Frah Quintale e “Notte di vino” di Claver Gold dipingono un quadro più tetro, dove l’eccesso di alcol conduce alla perdita di sé. Non mancano infine interpretazioni più moderate: “Amaro” dei Pinguini Tattici Nucleari lega ancora il vino e i distillati al romanticismo, seppur in chiave nostalgica.

Non solo musica

Vino e musica però non sono uniti solamente dalle canzoni. Molti cantanti, pur non citando apertamente brindisi e bere, riconoscono il forte carattere identitario e collettivo del vino, tanto da produrne loro stessi. La zona più amata in questo caso è decisamente la toscana dove sia Sting, che Gianna Nannini che Bocelli hanno tenute e vigneti. Questi ultimi provengo entrambi da famiglie di viticoltori: Gianna Nannini ha rilevato il podere di famiglia nella zona del Chianti sui Colli Senesi e ora produce vini biologici e moderni, mentre Andrea Bocelli trae le sue origini nella cantina Bocelli 1831. Sting invece, innamoratosi della campagna toscana, ha preso in mano il podere Il Palagio, a sud di Firenze, dove porta avanti una tradizione iniziata alla metà del 1500. Anche Al Bano ha investito in viticoltura: in Salento unisce la produzione di vino ad un wellness resort.

 

AI Generated

Il vino, con tutte le sue accezioni e sfumature, è stato una costante non solo sulle tavole ma anche nei versi dei brani italiani. Dalla sua celebrazione come bevanda foriera di gioia e allegria, alla sua aspra critica come elemento centrale della decadenza sociale, questa bevanda ha spesso assunto il ruolo di specchio della realtà storica. Dunque “in vino veritas” vale ancora una volta: la verità si cela certamente nel vino, ma allo stesso tempo anche nei brani che di esso parlano.



Di più sull'argomento
1 / 12