Vin brûlé, origini ed evoluzione del vino speziato diventato un simbolo del Natale
Diffuso già ai tempi dell’Impero Romano, il vino caldo aromatizzato con le spezie oggi rappresenta una tradizione ancora ben radicata nelle culture del Vecchio Continente, con nomi e ricette che cambiano tra città e nazioni
Immaginate una tipica giornata invernale, con temperature rasenti lo zero termico, odore di legna nell’aria e un’impalpabile sensazione di festa a riempire lo spazio circostante: una piccola magia, che invita a godere del momento onorando le gioie della gola con qualcosa di gustoso e rassicurante.
Ma se è vero che, esattamente come accade per il cibo, esistono anche bevande capaci di rasserenare lo spirito, ecco che tra i “comfort drink” della stagione più fredda arriva ad imporsi, quasi per distacco, il vin brûlé, icona delle festività natalizie affermatasi nel tempo come vero e proprio rituale celebrato da diverse culture europee, seppur con nomi e varianti differenti.
Dall’Impero Romano all’epoca contemporanea
Prima di parlare di vin brûlé serve però fare un passo (molto) indietro nel tempo, fino all’epoca dell’Impero Romano, quando già il cuoco e scrittore Marco Gavio Apicio, nel suo trattato “De re coquinaria” citava una bevanda chiamata conditum paradoxum, nient’altro che un vino aromatizzato con miele e spezie – solitamente pepe - offerto ai commensali come digestivo a fine pasto. Del consumo di una bevanda del tutto simile si ha però traccia anche nel Medioevo, quando era d’uso preparare vini speziati freddi come l’ippocrasso, antesignano del vin brûlé contemporaneo, che sembra invece essersi affermato in versione calda tra le popolazioni alpine, come rimedio contro la morsa del gelo.
Nonostante lo scorrere dei secoli, la tradizione del vin brûlé è ancora oggi ben radicata in molte popolazioni europee, grazie a ricette che variano da regione a regione e spesso da famiglia a famiglia, codificate negli anni con il duplice intento di esaltare le proprietà benefiche degli ingredienti (le spezie in molti casi erano utilizzate contro gli stati influenzali ndr) e modificare il sapore del vino, un tempo quasi sempre di infima qualità. Un problema, quest’ultimo, ormai ampiamente risolto, che oggi consente di nobilitare la bevanda con l’utilizzo di vini rossi (o bianchi) di qualità e struttura, da far bollire (lentamente) insieme al resto degli elementi.
Un solo drink, diverse interpretazioni
Il termine vin brûlé, che letteralmente significa “vino bruciato”, deriva dal francese valdostano, ma nel resto dei Paesi francofoni viene rigorosamente chiamato vin chaud, ovvero vino caldo, e spesso prevede anche l’aggiunta di cognac.
Complice la capillare diffusione dei mercatini di Natale, il vin brûlé è andato man mano a scontrarsi (o meglio, a incontrare) una serie di omologhi sparsi in diverse zone del Vecchio Continente. Basti pensare al Glögg svedese, che deve il suo legame con le festività ai vinattieri e agli speziali di fine Ottocento, che portarono i loro prodotti tra i banchi dei mercati contribuendo all’affermazione del cosiddetto “vino di Natale”. Oppure anche al Glühwein, variante tedesca che prevede l’aggiunta di alloro e cardamomo alla ricetta di base, spesso abbinato a dolci speziati come le zimsterne (stelline alla cannella), i vanillekipferln (biscotti alla vaniglia) è il Christstollen (pane con canditi e uva passa). Di matrice anglosassone è invece il Mulled wine, che unisce al vino rosso chiodi di garofano, noce moscata, anice stellato, cardamomo, zenzero, agrumi e cannella. Infine l’Italia, dove il vin brûlé gode di un certo seguito con varianti regionali che prediligono l’utilizzo di vini locali, come ad esempio il Torrette in Valle d’Aosta, il Nebbiolo in Piemonte, la Schiava in Trentino Alto-Adige o il Sangiovese in Emilia-Romagna. Una garanzia per bevute (e brindisi) ad alto tasso di soddisfazione.