Cabernet Franc, viaggio in Italia tra vocazione e passione
Dalla Sicilia al Friuli, dalla Toscana al Veneto e all'Alto Adige, il Cabernet Franc trova la sua espressione lungo tutta la penisola. Ambientatosi e adattatosi all'ambiente locale, se ben curato, sa raccontare le caratteristiche di ogni terroir italiano.
Frutto rosso, peperone, sfumature vegetali, freschezza, sentori di humus. Una palette di sensazioni che, scandita a parole, lascia quasi interdetti… se non fosse che nel calice tutto questo trova il denominatore comune nella sintesi preziosa che prende il nome di Cabernet Franc.
Un vitigno dalla personalità spiccata e peculiare, capace di conquistare appassionati su scala intercontinentale, che difficilmente si dimentica dopo averlo incontrato. Allo stesso tempo però, questa varietà universalmente considerata “internazionale”, si dimostra capace di trovare un’identità territoriale laddove il suolo, i venti e soprattutto la mano dell’uomo ne lasciano emergere i connotati.
Nello specifico, in Italia si può leggere la presenza del Franc come un fil rouge che storicamente ha legato alcuni territori alla vocazione bordolese, declinata però in forme enoiche ben particolari, lasciando poi alla passione di singoli vignaioli l’ardire di giocare da battitori liberi nell’universo sterminato dei Cabernet Franc più o meno speziati, più o meno vegetali, più o meno slanciati.
In questo affresco complesso e variegato, vale la pena ricordare che per lungo tempo il Cabernet Franc ha convissuto con un equivoco: molte vigne identificate con questo vitigno erano in realtà di Carménère, altra varietà bordolese dalle caratteristiche simili, ma solo gli studi di ampelografia molecolare a fine Novecento hanno fatto maggiore chiarezza.
Liaison secolare in Veneto
La storia del Cabernet Franc in Italia è intrecciata con quella delle grandi famiglie che, tra Ottocento e Novecento, guardavano alla Francia come modello di eccellenza viticola. Il vitigno arrivò probabilmente in più ondate, attraverso canali diversi, rendendo difficile tracciare un percorso lineare.
Nei Colli Euganei, le testimonianze più solide risalgono alla seconda metà dell'Ottocento. Il conte Augusto Corinaldi aveva avviato una serie di sperimentazioni ampelografiche nella sua tenuta di Lispida. Appassionato di viticoltura moderna, mantenne contatti epistolari con agronomi francesi e fece arrivare barbatelle da diverse regioni d'Oltralpe e, tra queste, il Cabernet Franc - chiamato allora semplicemente "Cabernet" o talvolta "Bouchet", uno dei suoi sinonimi storici. I suoli vulcanici dei Colli Euganei, ricchi di minerali e ben drenanti, si rivelarono adatti alla coltivazione e oggi sono la culla di etichette che il nuovo disciplinare prevede senza vitigno - lasciando spazio al territorio sotto il cappello di un ampio Rosso Colli Euganei - e che spesso si presenta in blend con altri vitigni internazionali.
Da segnalare (in purezza) i vini di Giorgio Salvan (Vigne del Pigozzo) e Martino Benato (Vigne al Colle), il Godimondo di Emo Capodilista e Zanovello-Ca’ Lustra (con anche Carmenère).
Analogamente, nel vicino areale dei Colli Berici il vitigno ha attecchito da lungo tempo e spesso viene proposto in blend, condividendo con il bacino euganeo la presenza di suoli vulcanici (assieme a molto calcare) che restituiscono alla tradizione bordolese un profilo difficilmente replicabile in altre aree europee. Tra le cantine che lo vinificano in purezza, Enrico Marcato, Mattiello e Monte San Giorgio.
Il tessuto stratificato dei vini in queste “isole” collinari nell’area padana - frutto di eruzioni sottomarine e sedimentazioni - è un tratto peculiare, che ne fa una gemma nascosta nel mare magnum dei Cab mondiali.
Infine, a completare il quadro in terra veneta, anche l’area pedemontana del Montello storicamente strizza l’occhio a Bordeaux, anche se prevale l’attenzione per il “cugino” Cabernet Sauvignon.
Bolgheri oltre i Supertuscan
In Toscana, l'arrivo fu quasi contemporaneo ma seguì dinamiche diverse.
L’introduzione di varietà bordolesi nell’area costiera viene fatta risalire alla sensibilità (o alla nostalgia) di Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone, principessa di Lucca e Piombino e Granduchessa di Toscana, che già agli inizi dell’800 avrebbe intuito la vocazione viticola della Val di Cornia, facendo arrivare le barbatelle direttamente dall’Orto botanico di Marsiglia.
Sembra però che il focus fosse soprattutto su Merlot e Cabernet Sauvignon, mentre il Franc sarebbe approdato prima in quel di Bolgheri, dove la lunga tradizione ortofrutticola attraversò una rivoluzione con l’arrivo del marchese Mario Incisa della Rocchetta: estimatore dei vini bordolesi, piantò Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc pensando di ricreare un angolo di Médoc in Toscana. Da quelle vigne nacque il Sassicaia - nome di spicco nel fenomeno di successo incarnato dai Supertuscan - ma soprattutto trovò l’abbrivio una intensa diffusione del Cabernet Franc in Toscana e in tutta la penisola.
Nell’area bolgherese, l’aristocrazia del Cabernet Franc ha giocato un ruolo crescente nella definizione dell'identità territoriale, in blend e anche con etichette divenute icona. Come il Bellaria che Lodovico Antinori, cugino di Piero, ha voluto gioiello in purezza: portando nel nome la singola vigna, ne racconta l’eleganza e la freschezza che derivano dalla combinazione tra suolo sabbioso-argilloso, esposizione e brezza marina. Dalle argille plioceniche ricche di scheletro vengono l’elegante Paleo de Le Macchiole, (che dal 2001 ha virato verso il Franc in purezza) e il Lienà di Chiappini, accomunati da un sorso succoso e fumé, mentre da suoli con solida presenza di calcare nasce il Ventaglio firmato Argentiera, etichetta diventata icona della tenuta bolgherese. Spezie e tannini avvincenti seducono nell’etichetta di Poggio al Tesoro che Marilisa Allegrini ha voluto dedicare al fratello Walter, lussureggiante e ricca nel calice.
La Maremma di costa e di entroterra
Nella vicina Val di Cornia, la diffusione del Cabernet Franc trova la spinta di suoli argillosi ricchi di scheletro ferroso, con altitudini maggiori rispetto a Bolgheri nonostante la vicinanza al mare che porta sinuosità mediterranee. I produttori credono nel potenziale del vitigno, tanto che nel 2025 è stata varata una tipologia dedicata nella Docg Suvereto.
Tra le espressioni più intriganti, Edonico di Rigoli che bilancia la struttura con una bella tensione acida, La Fralluca che ne racconta l’anima artigianale con un sorso carnoso e sapido, Casadei che con Filare 18 ha scelto la via della selezione parcellare estrema, con un singolo filare appunto e una produzione limitatissima.
Nello scenario ampio della Maremma toscana si mettono in evidenza anche tre gioielli cesellati sul vitigno: il Cabernet Franc di Ampeleia - progetto biodinamico di Elisabetta Foradori, Giovanni Podini e Thomas Widmann – da fermentazione spontanea con affinamento in cemento e anfora; il Poggioraso di Poggioargentiera (stessa proprietà di Tua Rita) che esalta freschezza e mineralità portati dai terreni; il Vieni via con me di Toscani, che richiama la canzone di Paolo Conte, giocato sulla concentrazione, senza perdere la componente balsamica del vitigno; il biodinamico Duemani Cabernet Franc, affinato in botte grande, che porta nel calice frutto e longevità; La Regola, con un vino che profuma di bacche scure e cacao amaro, con una trama tannica fine.
Muovendosi nell’entroterra, Colline di Sopra, in provincia di Pisa, produce un Cabernet Franc che riflette i terreni argillosi della zona e Il Colombaio di Santa Chiara a San Gimignano - zona tradizionalmente vocata al Vernaccia - esalta la freschezza tipica della zona nella struttura del vitigno bordolese. Tra Castelnuovo Berardenga e Gaiole in Chianti Tenuta Arceno (del gruppo americano Jackson Family Wines) lavora il Cabernet Franc in purezza Arcanum, mentre tra i blend si segnala la tenuta storica di Piaggia nel Carmignano, che valorizza la componente aromatica del vitigno in uvaggio.
Dal Friuli alla Sicilia, la geografia ampia del Cab Franc
Anche il Friuli rappresenta un capitolo significativo nella storia del Cabernet Franc italiano. La regione ha accolto il vitigno con entusiasmo, trovando nei terreni di ponca e nei climi continentali condizioni ideali per esprimerne il lato più elegante.
Russiz Superiore lo vinifica valorizzando freschezza e pulizia aromatica, esprimendo note floreali e fruttate con una componente vegetale nobile, mentre sui Colli Orientali Valentino Butussi lavora il vitigno con rispetto per l'espressione territoriale, portando nel calice una tensione acida che dà freschezza e longevità.
Tra i produttori non strettamente legati a specifiche denominazioni che spiccano per la proposta in purezza si possono citare i fratelli Barollo in Veneto, che dai vigneti tra Venezia e Treviso lavorano il Frank! che si rivela carnoso nel frutto, terroso e speziato.
Ca' Salarola, sulle colline romagnole, ha piantato Cabernet Franc su terreni argillosi, ottenendo vini dalla personalità decisa e dalla struttura importante.
Nel Lazio, Ômina Romana ha portato il Cabernet Franc sui terreni vulcanici ricchi di tufo e pozzolana dell'area di Roma, che portano nel vino una sapidità minerale riconoscibile, vibrando tra freschezza e tensione, con note balsamiche.
In Sicilia, Planeta ha scommesso sul vitigno con coraggio e determinazione. Didacus - prodotto in altura nella tenuta di Menfi, a sud-est dell'isola - rappresenta forse l'interpretazione più mediterranea del Cabernet Franc italiano, con la freschezza della macchia mediterranea che si integra alle spezie.
In Alto Adige, infine, Peter Sölva a Cortaccia sulla Strada del Vino racconta un’epopea alpina col suo Cabernet Franc da terreni calcarei, dove l'escursione termica preserva i profumi e la definizione del frutto.
La mano del vignaiolo
Se dunque il Cabernet Franc italiano ha trovato una propria identità plurale, distinta dai modelli francesi, i vignaioli e le vignaiole scelgono strade differenti per valorizzare la componente aromatica del vitigno e spesso cercano di evitare derive vegetali eccessive. La tendenza attuale privilegia purezza varietale e le tecniche di vinificazione evitano estrazioni aggressive, ma soprattutto stanno evolvendo verso un uso calibrato del legno - con preferenza per botti grandi, cemento o anfore.
Il Cabernet Franc italiano è dunque figlio della passione dei vignaioli che hanno creduto nelle potenzialità del vitigno. Dai terreni vulcanici del Veneto ai suoli ferrosi di Suvereto, dalle argille marine di Bolgheri alla ponca friulana, ogni terroir consente una differente modulazione. E il mercato sembra proprio apprezzare.