L’architettura che sfida le convenzioni: quando gli chalet si capovolgono
Lo studio di architettura altoatesino NOA è specializzato in progetti per l’ospitalità e la ricettività, con un focus particolare sulle costruzioni in ambienti alpini. Con le sue opere dimostra che reinterpretare la tradizione può essere tutt’altro che noioso. Un viaggio tra le architetture più sorprendenti delle Dolomiti.
A volte serve un secondo sguardo – e magari anche un pizzicotto – per essere certi di non essere vittima di un'illusione ottica. Eppure, no, l’immagine che arriva al cervello è reale: su robusti pilastri in acciaio, proiettate oltre il pendio e sospese nel vuoto, alcune casette dal classico tetto a due falde sembrano riflettersi su una superficie immaginaria nel cielo. Guardano dall’alto il paese di Valdaora e si confondono con l’orizzonte, come una sorta di miraggio alpino.
Si tratta di "Hub of Huts", un ampliamento dedicato al wellness dell’Hotel Hubertus, situato ai piedi delle Dolomiti altoatesine. Già nel 2016, NOA aveva progettato qui una spettacolare piscina a sfioro sospesa nel vuoto. Ora, il proprietario dell'hotel ha voluto osare ancora di più. «Ci ha detto di spingerci oltre, di proporre qualcosa di davvero audace», racconta Barbara Runggatscher, partner dello studio; «quando abbiamo presentato il progetto, inizialmente era scioccato, poi senza parole. Alla fine, però, l’idea lo ha conquistato e abbiamo ottenuto il via libera per realizzarlo.»
Il concept di "Hub of Huts" è incentrato su un vero e proprio cambio di prospettiva, una sfida alla percezione dello spazio che gioca con l’orientamento delle strutture e la forza di gravità. Ma è anche un progetto che ha rapidamente conquistato Instagram, diventando un punto di riferimento per influencer e viaggiatori da tutto il mondo. «Non è solo un’opera architettonica fuori dal comune - sottolinea Runggatscher - ma anche la prova di quanto potente possa essere l’immagine di un edificio.»
Un’architettura che racconta storie
Lo studio NOA – acronimo di Network of Architecture – ha sede a Bolzano, Milano, Torino e Berlino ed è stato fondato nel 2011 da Stefan Rier e Lukas Rungger. Nel 2020, si sono aggiunti tre nuovi partner: Andreas Profanter, Christian Rottensteiner e Barbara Runggatscher, responsabile per l’interior design. «Tutto è iniziato con il progetto del "Valentinerhof" sull’Alpe di Siusi - racconta Runggatscher - e fin dal primo giorno il nostro focus principale è stato il settore dell’ospitalità.»
Oggi, oltre il 90% dei progetti firmati NOA riguarda hotel e strutture ricettive. Grazie a questa specializzazione e all’importanza del turismo in Alto Adige, lo studio è cresciuto rapidamente fino a contare 31 professionisti.
Nel portfolio di NOA si trovano sia boutique hotel dal fascino alpino, come il Bergdorf Zallinger sull’Alpe di Siusi, sia strutture più innovative, come l’Aeon presso il maso Lobishof, che reinterpreta il tradizionale chalet con un taglio geometrico sorprendente. Ma anche grandi complessi turistici, come il Falkensteiner Family Resort in Val Pusteria: su questo storico hotel del 1957, NOA ha progettato una scenografica struttura in copertura, un tetto che ricorda un rettile dalle squame scintillanti, avvolto attorno alla piscina e ai laghetti della struttura.
Oltre l’architettura: un linguaggio visivo potente
«Ogni nostro progetto deve raccontare una storia. - afferma Runggatscher- In Alto Adige lavoriamo spesso con strutture a gestione familiare, ed è fondamentale creare non solo edifici esteticamente attraenti, ma anche spazi in cui gli albergatori possano riconoscersi.» Questo principio è riassunto nel motto di NOA, che campeggia sul loro sito web: We build stories. We practise architecture to tell a narrative.
Proprio questa visione ha attirato anche alcune critiche nel mondo dell’architettura. A NOA viene talvolta rimproverato di puntare più sull’impatto visivo e sul marketing che sulla valorizzazione delle tradizioni locali. «Ma il nostro mestiere è proprio questo: spingersi oltre, rielaborare la tradizione, esplorare nuovi confini», ribatte Runggatscher. «Viviamo in un’epoca in cui le immagini sono onnipresenti e accessibili in qualsiasi momento. Per emergere, serve creare architetture iconiche, capaci di lasciare un segno.»
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