L'olio extravergine e quel valore che va oltre il mercato
Non solo produzione e fatturato. Una ricerca dell’Università Niccolò Cusano evidenzia come la filiera dell’olio extravergine di oliva generi valore per lavoratori, comunità locali e consumatori.
L’olio extravergine di oliva non è soltanto uno dei simboli della dieta mediterranea e del Made in Italy agroalimentare. Secondo una ricerca condotta dal team di Scienze Merceologiche dell’Università Niccolò Cusano e pubblicata su The International Journal of Life Cycle Assessment, rappresenta anche un importante motore di sostenibilità sociale. Lo studio, tra le prime applicazioni della metodologia Social Life Cycle Assessment (S-LCA) al comparto olivicolo, ha analizzato il caso del Frantoio Franci, realtà toscana considerata un modello di eccellenza. Secondo i ricercatori, la pregevolezza dell'olio italiano nasce da un equilibrio che va oltre il prodotto: sicurezza, relazioni di filiera e valorizzazione del territorio diventano elementi centrali quanto la qualità stessa dell'extravergine.
La sostenibilità parte dalle relazioni
La ricerca invita a guardare alla produzione alimentare come a un fenomeno sociale prima ancora che economico. «La dimensione ambientale è essenziale, ma senza quella sociale la sostenibilità resta parziale: solo integrando ambiente, persone e comunità possiamo parlare di vero sviluppo sostenibile», osserva Dario Barberini, tra gli autori dello studio. Gli studiosi hanno concentrato l'analisi su quattro aspetti chiave: il benessere dei lavoratori, i benefici per la comunità locale, le relazioni tra gli attori della filiera e la trasparenza verso i consumatori. Un approccio che amplia il concetto stesso di sostenibilità, includendo aspetti spesso difficili da misurare ma determinanti per la competitività delle imprese.
Sicurezza sul lavoro, investimento strategico
In un settore che conta oltre 619 mila aziende olivicole e più di 4.200 frantoi, la sicurezza rappresenta una sfida centrale. Le attività agricole e di trasformazione sono infatti caratterizzate da rischi specifici e da una forte stagionalità. Lo studio evidenzia come le performance migliori siano associate a politiche strutturate di prevenzione, formazione continua e aggiornamento dei protocolli aziendali. Il caso del Frantoio Franci mostra come investire sulla salute e la sicurezza dei lavoratori non sia soltanto un dovere, ma anche un fattore determinante per la qualità e la solidità del settore.
Contro lo spopolamento delle aree rurali
Con oltre 1,14 milioni di ettari coltivati, l’olivicoltura italiana svolge un ruolo fondamentale nel mantenere vivo il tessuto economico e sociale delle aree interne. Lo studio sottolinea come le filiere di qualità contribuiscano a contrastare l’abbandono delle campagne, creando occupazione e rafforzando il legame con il territorio. In questo contesto assumono particolare rilevanza le certificazioni DOP e IGP, che collegano origine, governance locale e valore economico. I benefici si riflettono anche sulla manutenzione del paesaggio agrario, sugli acquisti da fornitori locali e sulla crescita dell’oleoturismo.
Una filiera sostenibile conviene a tutti
Secondo i ricercatori, una filiera socialmente sostenibile genera vantaggi lungo tutta la catena del valore. Gli olivicoltori possono contare su rapporti più stabili e sul trasferimento di competenze; la distribuzione beneficia di maggiore tracciabilità e di una riduzione dei rischi reputazionali; i consumatori ottengono maggiori garanzie di trasparenza e affidabilità. In un mercato sempre più attento all’etica della produzione, il valore di un olio non dipende più soltanto dalle sue qualità sensoriali, ma anche dalle condizioni in cui viene realizzato e dall’impatto che produce sulle comunità che lo rendono possibile.