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Susumaniello, per gli amici “Susie”

Vino
Puglia

Troppo difficile da pronunciare per un americano, il Susumaniello viene battezzato “Susie” dagli appassionati di vino anglofoni e il numero dei Susie-lovers è in costante aumento, sull’onda del crescente interesse per i vitigni regionali dalla forte personalità.

Come sono lontani i tempi in cui il Susumaniello veniva considerato uva da taglio. Una volta concessa la possibilità di esprimere il suo vero valore, "Susie" ha iniziato a farsi apprezzare ben fuori dai confini pugliesi, grazie ai suoi vini rossi asciutti ed austeri, di colore scuro, con trama violacea, dal tannino rustico ed incisivo, che si leviga col tempo.
Lo si identifica subito il Susumaniello, se vinificato senza make up: profumi di frutti rossi, alloro, resina, cenni terrosi, rimandi alla china.
Oltre al suo carattere, un altro punto di forza risiede nella versatilità, perché se è vero che nasce come rosso dal colore impenetrabile - data la grande quantità di antociani presenti nell’uva - trova un posizionamento ideale anche nel rosato, così rappresentativo dell’animo pugliese. Il suo successo riverbera anche nella versione spumante, dove i profumi fruttati si legano alle note mediterranee, ed il sorso si fa profondo e salmastro.

Le radici di Susie

Bacca rossa tipica pugliese, trova dimora elettiva nel territorio brindisino. Recenti studi di genetica confermano l’ipotesi della sua parentela con il Sangiovese, a discapito della teoria dell’origine dalmata. In passato non veniva coltivata da sola, ma piantata nelle vigne assieme a Negroamaro e Malvasia nera (metodo dell’uvaggio).
Ormai lo sanno tutti, il nome Susumaniello è legato alla sua generosità. Questo vitigno, infatti, si carica di uva come un somarello. L’abbondante produttività, però, dura una decina di anni dall’impianto, dopodiché cala sensibilmente, a favore della qualità dei grappoli.
Per questa sua caratteristica ha letteralmente rischiato l’estinzione. Agli inizi del 2000 ne rimanevano soltanto 12 ettari. Da più di vent’anni è stato riscoperto e vezzeggiato come mai in passato, tanto che oggi, in tutta la Puglia, se ne contano più di 900 ettari.
Tra i protagonisti assoluti di questa “nuova era” del Susumaniello, Gregory Perrucci - terza generazione alla guida dellazienda vitivinicola Felline - non concorda sull’etimologia del nome.
La sua ricostruzione storica è alquanto affascinante: “Summanus”era la divinità romana della folgore notturna (a Giove spettano i fulmini di giorno). Le commemorazioni in suo onore si chiamavano Summanariae e venivano celebrate dai Romani durante il solstizio d’estate per propiziare le piogge notturne. Durante questi riti si sacrificavano montoni neri e si mangiavano focacce a forma di ruota chiamate anch’esse Summanariae, consumate con abbondante vino. Il termine Susumaniello, nel suo antico appellativo brindisino Cusumanieddu”, significherebbe proprio “cum summanariae”, cioè “con le focacce”

 

Il risveglio dall'oblio

Proprio con il visionario Gregory Perrucci ha inizio la storia della rivalsa di questo vitigno. Nel 1996 crea l’Accademia dei Racemi, con lo scopo di individuare e valorizzare le varietà autoctone pugliesi. Cerca per anni il Susumaniello e finalmente lo identifica in una vecchia vigna a Torre Guaceto piantata secondo le tradizioni del tempo: quattro filari di quest’uva alternati ad altri quattro di Negroamaro e Malvasia nera. Con approccio archeologico a quelle viti superstiti, Gregory vendemmia separatamente il Susumaniello e lo microvinifica realizzando 1500 magnum, con il supporto enologico di Roberto Cipresso. I risultati dell’esperimento confermano fin da subito il valore dell’uva.
Ergo Sum” significa “dunque esisto”. Sum diventa il nome perfetto per il vino appena nato.
Gregory avvia il reimpianto di Susumaniello partendo dalla selezione massale di quelle antiche uve, e tutt’oggi continua a produrre il suo Sum, che resta uno dei vini più identitari e raffinati di Puglia.

Secondo Gregory «quest’uva salvata dall’oblio non ha corrispondenti fuori regione, il suo carattere è unico. Si presta all’invecchiamento e si lega alla storia del territorio di origine del quale potrebbe diventare simbolo, se trattata con serietà e con rispetto».

Un altro pioniere della riscoperta del Susumaniello è Luigi Rubino, che alla valorizzazione di questo vitigno ha legato l’anima della sua azienda.  Luigi, forte di 25 anni di esperienza, sostiene che «dobbiamo superare la fase di euforia dei mercati e gettare le basi per rendere omogeneo e riconoscibile il carattere del Susumaniello, nella variabilità dettata dalle diverse aree di produzione, attraverso un’azione coesa e coordinata tra le aziende che lo producono e vedono in questo varietale un valido prodotto da promuovere nel mondo. Identità e rigore sono le parole chiave».

Tenute Rubino è l’azienda simbolo della ricerca, della zonazione e della comunicazione di quest’uva.

Nel 1998 la scopre in una proprietà acquisita dalla famiglia in località Jaddico, a pochi chilometri da Brindisi. Anche in questo caso si tratta di antiche vigne ad alberello, anch’esse allevate con formula dell’uvaggio. La prima vendemmia permette a Luigi di isolare il Susumaniello. Con l’arrivo in azienda dell’enologo Luca Petrelli - ancora oggi autore dei vini di Tenute Rubino - si avviano le prime sperimentazioni. Nella memorabile annata 2001 nasce il Torretesta. Dalle vigne originarie parte la selezione delle piante che genera gli attuali 25 ettari di Susumaniello di proprietà dell’azienda, orientati alla produzione di uve di alto tenore qualitativo.
Oggi più che mai il Torretesta è riconosciuto come vino iconico, ottenuto da viti che affondano le radici nei terreni sabbiosi, sferzate dalla brezza marina dell’Adriatico, condizioni ideali affinché quest’uva esprima il meglio di sé.

Nel 2011 Tenute Rubino propone una nuova versione di immediata piacevolezza, vinificata solo in acciaio, denominata da Luigi Oltremé, dedicata alla moglie Romina Leopardi che lo coadiuva con passione nel percorso di ricerca. L’azienda gioca con sapienza sulle epoche di vendemmia e sulle variazioni di terroir per diversificare la propria produzione, senza lasciare al mercato la prerogativa di comandare sulla natura del prodotto.

La prima versione di Susumaniello in rosa, invece, nasce dall’estro di una esordiente, Filomena “Flora” Saponari che - folgorata dall’assaggio del Sum - decide di impiantare quest’uva nei suoi “tre tomoli” di terreno ereditati dal nonno, nel cuore della Murgia Meridionale. Nasce il progetto Vigna Flora e la prima produzione del 2013 assicura, fin da subito, importanti riconoscimenti nazionali. Ad oggi questa micro azienda biologica produce 7500 bottiglie. Al celebre Tre Tomoli Rosa affianca la versione in rosso Grappoli eletti. Flora non ha mai ceduto alla tentazione di rendere più “provenzale” il suo rosato. La nota erbacea, molto spesso tradotta come “rustica”, rappresenta per lei l’elemento maggiormente identitario del suo vino.

Sulla scia dei grandi pionieri del Susumaniello un numero crescente di produttori ha sentito la necessità di dedicarsi a quest’uva, moltiplicando versioni ed etichette, troppo spesso corrispondenti a mere esigenze di completamento di gamma. Tutto ciò ha inevitabilmente generato confusione.
Secondo Luigi Rubino «manca una rete di produttori con le idee chiare e questa lacuna non permette di definire regole di riferimento e standard qualitativi seri».

Un'identità da difendere

Non sono solo i riscontri internazionali a rendere Susie interessante. La sua espressività, l’anima mediterranea, ne fanno una sicura leva per lo slancio dell’enologia pugliese nel mondo. La scommessa è non cedere ai diktat del gusto internazionale o impantanarsi nelle “sabbie mobili” del prezzo.
Messo alla prova il Susumaniello non ha sbagliato un colpo dimostrando stoffa e carattere, gli scenari futuri devono saperne rispettare e valorizzare la personalità.

 


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Paola Restelli
Paola Restelli
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