Villa La Priora, il rifugio di D'Annunzio
La casa del Vate, all’interno del complesso del Vittoriale, è tutt’oggi, esattamente a cinquant’anni dalla sua apertura al pubblico, una continua scoperta e la testimonianza più autentica delle sue eclettiche passioni fra arte, letteratura e militanza non solo politica che racchiudono le vicende di un’epoca.
È questo uno degli esempi più emblematici ma anche più monumentali di perfetta integrazione fra abitazione e committente. Si tratta di villa Cargnacco a Gardone Riviera sul lago di Garda che Gabriele D’Annunzio acquistò dallo Stato nel 1921 per farne la residenza definitiva poi diventata mausoleo.
Trasformata in più fasi in collaborazione con l’architetto Gian Carlo Maroni diventò la Santa Fabbrica del Vittoriale come celebrazione della sua vita e delle imprese italiane durante la Prima Guerra Mondiale. Un’opera iniziata con l’eliminazione di tutti i riferimenti al precedente proprietario tedesco e proseguita con l’integrazione, fra il 1922 e il 1935, di altri terreni, di villa Mirabella, dell’ex Hotel Washington, della Torre-Darsena sul lago e del frantoio.
Il complesso, composto da edifici, vie, piazze, un teatro all'aperto, giardini e corsi d'acqua, che dal 1937 è diventato fondazione “Il Vittoriale degli Italiani”, proprio quest’anno celebra due anniversari: il centenario dell'arrivo della Nave Puglia e il cinquantesimo anniversario dell'apertura al pubblico della Prioria, la casa del poeta che prende nome da un'antica simbologia conventuale che richiama il concetto di "casa del priore".
Un museo di vita vissuta
La casa di Frate Gabriel Priore, come amava definirsi il poeta, è riconoscibile per la facciata ricoperta di stemmi di città e famiglie nobiliari italiane, per il motto dannunziano “né più fermo, né più fedele”, l’arco d’ingresso e l’altorilievo con alcuni versi del Cantico delle Creature.
L’interno è un insieme suggestivo di venticinque stanze che raccolgono cimeli della vita eroica del suo proprietario, antiche statue lignee, ceramiche, vetri, argenti, opere d’arte, tappeti, 3000 libri e moltissimi motti riprodotti sulle travi e nelle librerie.
Un susseguirsi di stanze di grande valore
Ogni stanza, dalla più grande alla piccola, rivela il mondo complesso e la personalità prorompente di D’Annunzio, personaggio pubblico e politico e uomo poliedrico.
Dal Vestibolo, dal fortissimo valore mistico e sacrale, si accede a due sale d’attesa: l’Oratorio dalmata per gli ospiti ben accetti e la stanza del Mascheraio per gli ospiti sgraditi e le visite ufficiali, dove sono conservati spartiti musicali e alcuni dischi di musica in voga all’epoca di D’Annunzio.
La stanza successiva è proprio quella della Musica, scandita da quindici colonne di diversa altezza e rivestita da preziose stoffe nere e rosse, dove si tenevano i concerti. La stanza del Mappamondo, con scaffalature in legno scuro alle pareti per i molti volumi dell’ex proprietario tedesco, è così chiamata per il grande mappamondo al centro.
Dall’anticamera della Zambracca (da “zambra” donna da camera) si accede alla camera da letto di D’Annunzio detta Leda amata da Zeus in forma di cigno, che ospita la collezione di oggetti cinesi, arabo-persiani e in stile orientale.
Il percorso continua attraverso la veranda dell’Apollino, saletta di lettura affacciata sui giardini del Vittoriale digradanti verso il lago, per arrivare alla stanza del Lebbroso. È questo l’ambiente più enigmatico e misterioso che è stato allestito personalmente da D’Annunzio qui raffigurato in un quadro da Guido Cadorin come il lebbroso abbracciato da San Francesco. Il corridoio, con pareti rivestite in tessuti simil pelle di scoiattolo, prende il nome della Via Crucis per le formelle con le stazioni dell’ascesa al Calvario.
La stanza delle Reliquie raccoglie le testimonianze e reliquie di tutte le religioni fra cui, nell’accezione di simbolo sacro, anche il volante del motoscafo dell’impresa di sir Henry Segrave. Non meno interessante la cucina super accessoriata e moderna per quei tempi e la stanza dedicata al Giglio simbolo dell’arcangelo Gabriele con due pensatoi per l’isolamento necessario allo studio e alla lettura.
L’oratorio Dalmata con gli stalli di un vecchio coro di chiesa conserva una serie di oggetti liturgici con forte valore simbolico e, al centro del soffitto, l’elica dell’idrovolante della traversata oceanica di Francesco de Pinedo. Lo Scrittoio del Monco, la biblioteca di letteratura francese e italiana utilizzata per il disbrigo della corrispondenza che è ricoperta da sentenze, precede l’Officina, lo studio di D’Annunzio con i suoi preziosi strumenti di lavoro.
La Clausura identifica le semplici stanze dove risiedevano le donne del poeta (Luisa Baccara, Aélis Mazoyer e le varie ospiti) e anticipa il corridoio del Labirinto dove le porte e le rilegature dei volumi riprendono il soffitto del palazzo ducale di Mantova. La stanza della Cheli (dal greco tartaruga), utilizzata come sala da pranzo per gli ospiti, è un’esplosione di luce nelle tonalità del rosso, dell’azzurro e dell’oro amplificate e riprese dalle vetrate alabastrine realizzate da Pietro Chiesa.
La nuova ala del 1926
Di questo volume realizzato dal Moroni fa parte Schifamondo (1926) che prende nome dal “ dispregio pel ‘mondo folle e vile’ ” provato da D’Annunzio dalla metà degli anni Venti. Nella sala dei Calchi, con arredi che ricordano quelli delle navi e dei piroscafi, c’è il letto che accolse le spoglie del poeta e la sua maschera funeraria modellata da Arrigo Minerbi.
La sala Baccara, dedicata alla pianista e compagna del Vate negli anni del Vittoriale, conduce alla stanza del Camino dove si trova la combinata di volo utilizzata durante l’impresa di Vienna. Lo Studio conserva numerosi ricordi legati alle imprese dannunziane; accanto si trova la vetrata opera di Pietro Chiesa e Gio Ponti. Infine, l’Auditorium a struttura poligonale che ospita, al piano superiore, una mostra di opere permanenti e altre contemporanee ispirate al poeta.