Syrah di Cortona: il Rodano in Val di Chiana
L’assaggio in anteprima delle etichette della DOC cortonese mostra una evoluzione nel segno dell’eleganza, del frutto, dell’espressione di territorio (guardando alla Francia).
C'è un angolo della Toscana che non assomiglia al resto della regione. Non ci sono i cipressi in fila sulle creste, non c'è il Sangiovese a fare da padrone, non c'è il richiamo al mito del Chianti o l'aura selvaggia di Maremma.
C'è invece, tra le colline che scendono verso la Val di Chiana e si allungano fino alle prime propaggini dell'Appennino, un vitigno che rimanda alla tradizione francese: il Syrah. Non è stato un capriccio di qualche viticoltore a portare in questo angolo di Toscana la propensione verso quest'uva peculiare – che sarà sempre più il vitigno cruciale nel disciplinare della DOC – ma piuttosto una progettazione mirata che coniuga una prospettiva comunicativa e una innata vocazione del territorio, legata a pedologia e microclima.
Una vocazione cercata
La storia del Syrah a Cortona non ha origini certe, ma secondo la versione più accreditata le prime barbatelle arrivarono in Toscana nei primi anni del Novecento per mano del Conte di Montecarlo di Lucca, di ritorno da un viaggio in Francia. Un ingresso "silenzioso", in un paesaggio viticolo dominato da colture miste e uve bianche, in particolare il Trebbiano.
La svolta arriva negli anni Sessanta, quando alcuni produttori iniziano a concentrare l'attenzione sulle vigne di Syrah, e poi negli anni Settanta si gettano le fondamenta di quello che Cortona è oggi. Con il supporto del professor Attilio Scienza e dell'Università di Milano, un accurato percorso di studio e ricerche porta a un vigneto "sperimentale" con vari cloni del vitigno francese con l'obiettivo di identificare la propensione ad adattarsi al contesto cortonese. E proprio lo studio accademico mette in luce le similitudini tra il terroir cortonese e quello della costa del Rodano - vigneti tra i 300 e i 600 metri di altitudine, su terreni prevalentemente composti da arenaria, marna e scisto, con presenza di depositi fluvio-lacustri, argille e detriti di falda. Il microclima beneficia inoltre dell'influsso benevolo del vicino lago Trasimeno, che funge da termoregolatore favorendo la maturazione delle uve.
LA CÔTES DU RHÔNE TOSCANA
Il resto della storia è cronaca recente: dalle sperimentazioni dei Tenimenti d'Alessandro, alla scommessa dei produttori che iniziano a impiantare nuove vigne, fino al riconoscimento della DOC Cortona nel 1999. E oggi il Consorzio spinge compattamente verso «una chiarezza che il mercato ci chiede – sottolinea il presidente Stefano Amerighi - Il punto di arrivo è avere una denominazione che preveda Cortona e Cortona Superiore, intendendo soltanto Syrah eppure "nascondendo" un po' il vitigno, per mettere avanti il territorio».
A un quarto di secolo dalla nascita della denominazione, i numeri raccontano un'identità consolidata. Una sessantina di aziende consorziate coltiva vigne iscritte alla DOC per una superficie complessiva di oltre 400 ettari. E il Syrah rappresenta l'80% dell'imbottigliato. Una concentrazione marcata che diventa identità rivendicata, dunque posizionamento sul mercato e brand che vive immaginificamente nel ruolo di Côtes du Rhône in terra di Toscana. L'obiettivo, di anno in anno, è che il Cortona DOC non sfiguri nel confronto con i migliori Syrah del mondo e in particolare di Francia – anche per questo ogni anno l'anteprima SaràSyrah ha accolto produttori d'oltralpe, ma anche da Sudafrica, Australia e altri lidi europei.
DALL'ESTRAZIONE ALLA PRECISIONE
Alla prova del calice, il vitigno diventa il filo conduttore di una identità che progressivamente cambia paradigma: dalla potenza all'eleganza, dall'estrazione alla precisione. Se alla fine del secolo scorso i Syrah-boys giocavano di concentrazione e barrique, oggi per fortuna sono rimasti pochi affezionati allo stile muscolare e dolcione, mentre in assaggio spicca il frutto, un sorso tonico e capace di plasticità. La ricerca della precisione è un work-in-progress, ma i segnali sono buoni, soprattutto nei vini considerati "base".
Tra i sorsi più interessanti e vibranti assaggiati in anteprima si segnalano Crano 2023 di Baldetti (naso di ciliegia e pepe bianco con una bella spensieratezza, frutto croccante e leggermente pepato al palato), Spazzanido 2025 di Baldetti (naso tra viola e ciliegia, sorso snello, pandizenzero, tannino compatto), Smeriglio 2024 di Baracchi (floreale al naso, lunghezza sapida elegante e acidità al palato), Calice 2024 di Cantina Canaio (poco espressivo al naso, polpa sapida e tannino in bocca), L'Usciolo 2024 di Cantina Doveri (naso di cacao amaro, note ematiche, frutto polposo e alcol pronunciato in bocca), Polluce 2023 di Chiara Vinciarelli (profumi floreali con note erbacee, tabacco dolce e liquirizia nel sorso sapido), Klanis 2022 di Tenuta Montecchiesi (freschezza e pepe al naso, frutto compatto e acidità con lunghezza pepata), Linfa 2024 di Fabrizio Dionisio (freschezza agrumata ed ematica al naso, che tornano al palato con un'eleganza pepata e balsamica, alcol pronunciato), Bramasole 2023 de La Braccesca (naso fruttato e balsamico, bocca compatta con note amaricanti e frutto goloso), Rugapiana 2024 di Poggio Sorbello (naso elegante e fresco, frutto croccante, carruba e pepe bianco al sorso), Apice 2022 di Stefano Amerighi (naso sinuoso e oleoso, sorso pieno, frutto polposo e note vegetali).