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© DaV by Da Vittorio Louis Vuitton

I Cerea presidiano anche via Monte Napoleone: Louis Vuitton apre il suo tempio del gusto a Milano

Cibo
Milano
Gourmet

Con l’apertura del nuovo flagship store di via Montenapoleone, Louis Vuitton ha deciso che l’eccellenza non si indossa soltanto: si gusta. E per farlo, ha arruolato la brigata Da Vittorio. I fratelli Cerea, maestri indiscussi del fine dining italiano, collezionisti di stelle Michelin in giro per il mondo, che da adesso presidiano anche il quadrilatero della moda, in una delle vie più di lusso del pianeta. 

Il Caffè: giardino segreto con twist franco-milanese

Nascosto dove un tempo sorgeva il cortile di Palazzo Taverna, il Da Vittorio Café Louis Vuitton è un omaggio sospeso tra la Milano dell’alta borghesia e l’eleganza francese. La firma è quella dell’architetto Peter Marino, il tocco vegetale del paesaggista milanese Marco Bay, il soffitto in vetro poetico. Risultato? Un jardin d’hiver con felci e palme Alexander e un pavimento che riproduce un disegno di Martin Kline.

La carta? Semplice all’apparenza, geniale nella sostanza. Si chiama luxury snacking, ma qui lo snack ha il pedigree. Il toast con triplo pomodoro e mozzarella è un tributo croccante all’italianità. Le uova – quattro varianti, servite con composta e spume – valgono l’applauso lento. Dessert e tisane chiudono il cerchio con disinvoltura francese e cuore bergamasco. Ogni dessert e monoporzione ricorda il logo del brand, ma il più richiesto è il tiramisù: una texture stratificata che alterna croccantezza e cremosità con precisione chirurgica. L’effetto? Sexy, ma anche memorabile. La fetta perfetta esiste e ha cinque strati.

Il Ristorante: DaV by Da Vittorio Louis Vuitton sotto i riflettori della moda

Si entra da via Bagutta  nel ristorante su due livelli con 44 coperti e un’estetica che osa: opere d’arte, legno di iroko traforato, piatti Limoges per Louis Vuitton. Il pensiero è di Portaluppi, i colori dominanti l’arancione e il rosa.  Qui la cucina è tutta italiana, ma gioca con l’immaginario della Maison. L’ossobuco con risotto giallo diventa un esercizio di stile: il riso prende la forma del fiore Monogram. Alcune portate principesche si condividono, come nei bacari veneziani, ma con il servizio impeccabile di casa Cerea, orchestrato da Luigi Valentini.

I fratelli si alternano in modo che ci sia sempre un rappresentante della famiglia Cerea, noi abbiamo incontrato Chicco e abbiamo scambiato due chiacchiere.

Se Vuitton chiama, non dici ‘ci penso su’.

Cosa avete provato quando è arrivata la proposta del brand?

«Questo progetto nasce da circa quattro anni. Quando ci hanno chiamato, la sensazione è stata una sola: orgoglio. E se Vuitton chiama, non dici ‘ci penso su’, poi come lo spieghi a nostra mamma Bruna? Siamo stati scelti, e questo conta moltissimo. Le proposte non mancano mai, ma valutiamo solo quelle che ci danno vera adrenalina. Vuitton ci ha dato anche una grande visibilità internazionale. È il primo, ma non sarà l’ultimo: noi seguiamo già il progetto in Cina, dove tra l’altro abbiamo ottenuto una stella Michelin».

Qual è stata la difficoltà più grande in questo percorso?

«Non è stata una vera difficoltà, ma tutto va condiviso con il brand, sempre. Ogni dettaglio, ogni decisione. Non lo dico in negativo: anzi, è stato un motivo di crescita. Abbiamo imparato tantissimo da loro, e loro da noi. È stato un bellissimo lavoro di squadra – dai miei fratelli, mio cognato, i nostri collaboratori più stretti come Comaschi, Galbiati, e soprattutto Tizzanini. Siamo saliti a Parigi, abbiamo passato giorni con il loro team, abbiamo capito i loro flussi, i loro standard. Un confronto continuo. E alla fine ci hanno detto che non si aspettavano un gruppo così preparato. È stato un grande orgoglio».

Come si è sviluppata la proposta gastronomica?

«Nel ristorante siamo più liberi, nella caffetteria invece abbiamo linee guida più precise. Tutto deve essere coerente con l’immaginario Louis Vuitton. Abbiamo deciso di creare due dolci italiani ad hoc per questa partnership: uno al pistacchio – perché il pistacchio italiano è amato ovunque – e poi, ovviamente, il tiramisù. Ed è uscito talmente bene che i responsabili Vuitton hanno detto subito: questo andrà in tutti i loro caffè nel mondo. Magari si chiamerà Tiramisù Monte Napoleone».

E la famiglia? Sempre compatta?

«Sempre, ma come tutte le vere famiglie ci sono momenti. La mamma… è incredibile. È il nostro presidente, è il cuore del gruppo. E quando ci sono novità, lei si preoccupa, si agita, dice ‘questa volta non firmo’. Poi, puntualmente, firma. Ha avuto paura, all’inizio, per l’impegno che questo progetto richiede. Ma il giorno dell’inaugurazione... be’, mi permetto di dirlo: nei suoi occhi c’era tanta commozione. Perché essere lì, in Monte Napoleone, era uno dei sogni nel cassetto anche di papà Vittorio. E vederci adesso in quel posto così simbolico per Milano… sì, è stata un’emozione fortissima».

Come mai tanti giovani al Caffè e al ristorante?

«Perché ci conoscono. E soprattutto perché i nostri signature, come i paccheri ai tre pomodori, sono amati da una clientela giovane. È bello vedere ragazzi che si affacciano a una tipologia di ristorazione che spesso è considerata inavvicinabile. Magari mangiano un piatto in meno, ma lo mangiano bene. E questo, secondo me, fa bene a tutti noi che facciamo alta cucina. Dimostra che la voglia c’è, l’interesse c’è. Speriamo che questi giovani diventino i nostri clienti affezionati».

E a chi dice che il fine dining è morto?

«Non sono d’accordo. Anzi, vado oltre. Certo, ci sono distinzioni tra le varie cucine, ma poi sai cosa ha detto Monsieur Vuitton? Una frase che mi è rimasta in testa: casual fine dining. Ecco, è perfetto per quello che abbiamo creato qui. Perché alla fine, qual è la vera differenza tra un fine dining e un casual dining? Basta che la cucina sia buona, rispettosa dei prodotti, sostenibile, conviviale. Meno ingessata. È un’evoluzione naturale. Qui, per esempio, la nostra cucina fa venire voglia di fare la scarpetta. Con eleganza, certo. Ma la voglia c’è. E questo è il bello».


© DaV by Da Vittorio Louis Vuitton
Roberta Schira
Roberta Schira
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