Quando il vino fa diplomazia: il segreto del suo soft power
Dalle corti europee alle cene di Stato contemporanee, il vino si afferma come linguaggio istituzionale: un gesto conviviale che attraversa i secoli, costruisce relazioni, racconta identità e, senza proclami, diventa parte integrante dell’equilibrio geopolitico globale.
Forse non siamo abituati a pensarlo come tale, ma sono secoli che il vino è anche parte attiva della metafora politica. Se con la linea temporale risaliamo al Medioevo europeo, possiamo scoprire come un principe offriva una botte di buon vino all’ambasciatore straniero sì per dissetarlo e sollazzarlo dopo lunghi viaggi, ma anche per suggellare un’alleanza tra culture diverse. Anche il regalare prodotti di prestigio ai sovrani e ai capi di Stato non è un vezzo che abbiamo scoperto in epoche recenti: l’uso di vini pregiati come dono diplomatico si perde nelle corti europee del Seicento e del Settecento, quando l’etichetta prevedeva che il cibo e le bevande servissero a rappresentare la cultura e l’identità di chi li offriva. Un vino era una dichiarazione di stabilità, di ricchezza agricola, di controllo del territorio. Un grande vino, era un segnale di potere.
Dal cerimoniale al soft power
Oggi questa eredità si perpetua in una forma più sottile. Cambiano la scala e la complessità. Economia e politica estera camminano a braccetto con diplomazia e soft power. E il vino è proprio questo e può perfino essere più efficace di un comunicato ufficiale o di un discorso formale. Perché normalizza il dialogo. Crea un terreno comune prima ancora che inizi la conversazione.
Paesi e istituzioni diplomatiche di tutto il mondo selezionano con cura etichette e annate per accompagnare cene di Stato, ricevimenti internazionali e summit multilaterali. L’Italia ha un tessuto vitivinicolo che genera miliardi di euro di export e coinvolge decine di migliaia di imprese. È naturale che venga scelto per rappresentare il Paese nei palazzi del potere. Ed è conviviale!
La scelta come atto strategico
La scelta di quale vino servire durante un evento istituzionale però non è così semplice e soprattutto non è arbitraria: è il risultato di un lungo lavoro di coordinamento tra Farnesina, ambasciate, trade agencies e operatori del settore vitivinicolo. Si tratta di trovarne uno che possa parlare sia per qualità (perché la degustazione sia piacevole), identità (deve raccontare l’Italia) e narrazione strategica (poiché funga da messaggio culturale).
Nel caso nostrano la scelta è anche particolarmente delicata per tutta una serie di ragioni. L’Italia non ha un solo vino simbolo, ma centinaia di territori, stili, storie. Sembra forse paradossale ma è proprio questa complessità a renderla credibile. Il vino che entra in un contesto istituzionale non deve quindi essere il più potente, il più costoso o il più iconico mediaticamente. Deve essere di facile interpretazione per chiunque (non tutti sono degustatori professionisti, dopotutto fanno un altro mestiere!), deve essere autorevole, coerente con quanto si assaggia a livello culinario. Deve, più che rappresentare l’eccellenza, essere e fare cultura.
Nel 2024 il G7 di Puglia ha accolto i Capi di Stato con Ferrari Riserva Lunelli 2015 durante la cena ufficiale. Un’etichetta scelta per la sua eccellenza organolettica e questo è certo, ma c’è di più: è un vino che riesce anche ad essere simbolo di “Italian Art of Living”, riflettendo l’eleganza, il terroir, le specifiche territoriali e l’abilità vinicola del nostro Paese.
Oltre agli eventi istituzionali e alle degustazioni pubbliche, il vino italiano è spesso usato come regalo ufficiale in visite di Stato, incontri bilaterali e ricevimenti diplomatici. Queste bottiglie, che a volte vengono impreziosite da etichette personalizzate per l’occasione o scelte addirittura in selezioni commemorative di annate importanti, sono pezzetti di Italia che tutti vogliono riportare in patria.
Capo di Stato: quando un vino diventa linguaggio istituzionale
Come non citare in questa storia il Capo di Stato – Montello DOCG Venegazzù Superiore, che nasce già con una vocazione diplomatica.
La sua origine risale agli anni Sessanta, quando il conte Piero Loredan Gasparini, forte di un patrimonio viticolo ormai maturo, decide di creare una riserva speciale a partire dalle vigne più antiche della tenuta di Venegazzù. Vigne impiantate nel secondo dopoguerra, custodite come tesori inestimabili, con cloni oggi introvabili di Cabernet Sauvignon, Merlot, Cabernet Franc e Malbec.
Il vino nasce come Rosso di Venegazzù.
Come racconta Lorenzo Palla, titolare dell’azienda Loredan Gasparini, «All’epoca il conte faceva marketing personalmente: portava il vino in giro per i locali di Venezia che riteneva adatti». Oggi la chiameremmo strategia commerciale, ma decenni fa era più che altro una visione precisa e quasi etica di dove si volesse andare a parare col frutto del proprio lavoro. «Bisogna darlo a chi se lo merita», ripeteva. «Ognuno ha interpretato questa cosa a suo modo», aggiunge Palla, ma quel criterio selettivo ha contribuito a costruire l’identità del vino nel tempo.
Il momento fondativo arriva però nel 1967, all’Hotel Gritti di Venezia, durante la Biennale. A tavola siedono il Presidente della Repubblica Francese Charles de Gaulle e sua moglie. Il vino servito li colpisce profondamente. De Gaulle lo elogia pubblicamente e in segno di riconoscenza il conte fa realizzare due etichette speciali dedicate ai coniugi De Gaulle. È in quel momento che il vino assume definitivamente il nome di Capo di Stato.
«Fu il sommelier del Gritti ad avere l’intuizione di servirlo a De Gaulle», spiega Palla. Un gesto tutt’altro che scontato, soprattutto perché «De Gaulle non aveva idea che esistessero vini italiani di questa tipologia». L’episodio genera un’eco significativa. «I giornali ne parlarono molto», racconta ancora Palla, sottolineando come quella sorpresa contribuì a scardinare un immaginario consolidato. Negli anni successivi il vino continua a viaggiare, spesso in modo informale ma altamente simbolico.
Che gesto politico potentissimo. Un vino italiano che prende il nome dal vertice della rappresentanza istituzionale dopo essere stato scelto, apprezzato e riconosciuto da un capo di Stato straniero. Da allora, il Capo di Stato è, senza forzature, diventato un vino ricercato per occasioni ufficiali, stimato in ambienti diplomatici, riconosciuto a livello internazionale fino a essere inserito tra i vini leggendari del mondo dalla guida francese 100 Vins de Légende.
Il suo stile racconta bene perché abbia funzionato in questo ruolo: intensità ma nessuna ostentazione, struttura sostenuta da freschezza e acidità e una complessità che si esprime per stratificazione più che per forza. Oseremmo dire, un vino diplomatico.
Cosa succede all’estero
L’Italia non è un caso isolato. In Francia Bordeaux e Champagne fanno parte del cerimoniale dell’Eliseo: lusso, continuità istituzionale, controllo del territorio, gerarchia culturale. In Spagna Vega Sicilia Unico è storicamente utilizzato in contesti ufficiali e come dono istituzionale. Quello che comunica è sobrietà aristocratica ed è molto simile, per filosofia, al ruolo del Capo di Stato. I Riesling delle regioni storiche tedesche di Mosella e Rheingau vengono scelti per precisione, trasparenza, rigore. Nei decenni recenti i Cabernet Sauvignon di Napa sono entrati nei pranzi ufficiali della Casa Bianca e vogliono rappresentare successo, innovazione, potenza economica, più che tradizione storica.
Il brindisi come atto politico
Siamo qui per dialogare, non per scontrarci.
Sembra che sia questo il messaggio intrinseco, la dietrologia del tutto.
Il vino non risolve i conflitti, ma può creare lo spazio emotivo in cui i conflitti possono essere affrontati. Ed è forse per questo che, tra tutte le forme di soft power, resta una delle più efficaci. E mentre i discorsi cambiano, i governi si alternano e gli equilibri globali si spostano, il vino continua a fare ciò che ha sempre fatto meglio: mettere le persone allo stesso tavolo.