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Sicilia del vino: una visione che prende forma

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A Modica, tra pietra barocca e aromi di cacao, è andata in scena "Sicilia en primeur 2025": oltre 300 etichette hanno raccontato l’identità dinamica e in evoluzione del vino siciliano.

A Modica, dove le strade si intrecciano tra palazzi di pietra chiara e l’aroma del cacao sembra restare sospeso nell’aria, la Sicilia del vino si è raccontata ancora una volta, ma con voce più sicura, più corale. Sicilia en Primeur 2025, edizione numero ventuno: non solo una degustazione, ma una dichiarazione d’identità.

Nel Castello dei Conti, antico e solenne, 57 cantine hanno proposto oltre 300 etichette, ognuna con la propria storia da raccontare, a cento giornalisti venuti da diverse nazioni. Ma il vino, si sa, non parla solo di profumi e sapori. Dietro ogni bottiglia c’è un paesaggio, una famiglia, una scelta. E forse è proprio questa la forza di Sicilia en Primeur: far parlare il vino attraverso tutto ciò che gli sta intorno.

Un viaggio iniziato 27 anni fa

Non è un caso se oggi si parla di “visione”. Perché quando nel 1998 tre produttori – Giacomo Rallo, Diego Planeta e Lucio Tasca d’Almerita – decisero di fondare Assovini, non pensarono soltanto a produrre meglio, ma a raccontarsi meglio. Volevano che il vino siciliano smettesse di essere materia prima per blend anonimi e diventasse protagonista.

Ventisette anni dopo, a raccogliere quell’eredità sono i figli: Antonio Rallo, Alessio Planeta, Alberto Tasca d’Almerita. Hanno visto nascere tutto questo da bambini, e ora lo portano avanti come un impegno familiare, culturale, perfino politico.

La vigna come specchio dell’isola

Chi ha partecipato ai tour prima della manifestazione – undici viaggi attraverso l’isola del vino – ha potuto toccare con mano la verità di questa narrazione. Vigne adagiate sui pendii dell’Etna, tra pietre nere e vento freddo. Filari ordinati nella valle del Belice, dove la luce sembra rallentare. In ogni angolo, la Sicilia ha mostrato la sua diversità, non come qualcosa da armonizzare, ma da celebrare.

Oggi, nonostante la riduzione delle superfici vitate, la Sicilia resta la regione vinicola più estesa d’Italia. Eppure, solo una parte del suo vino resta sull’isola: molte bottiglie vengono ancora imbottigliate altrove, molte etichette restano senza nome. Ma chi ha deciso di metterci la faccia – e la firma – ha fatto scelte coraggiose: investimenti nel biologico, attenzione al turismo, un nuovo modo di comunicare.

Vino ma non solo vino

Sostenibilità, enoturismo, dialogo con le nuove generazioni: non sono parole vuote, ma temi affrontati in profondità durante gli incontri al Teatro Garibaldi. Si è parlato del vino come veicolo culturale, come esperienza, come responsabilità.

I numeri parlano chiaro: le visite in cantina sono esplose, da poche centinaia a migliaia all’anno. Il 38% dei vigneti condotti dai soci Assovini è certificato bio. L’export supera i 170 milioni di euro. Ma al di là delle cifre, ciò che resta è un’impressione diffusa: la Sicilia del vino ha trovato il suo passo.

Un’isola che non si lascia raccontare da una sola voce

Ci sono i bianchi dell’Etna, che profumano di pietra e nuvole. I rossi del Vittoriese, fieri e territoriali. I passiti di Pantelleria, che sanno di sole e vento salmastro. E poi c’è tutto il resto: il silenzio dei muri a secco, l’alberello che resiste, i vini DOC e DOCG che ancora non dominano, ma si fanno notare.

Sicilia en Primeur 2025 si è chiusa con la sensazione di essere stati testimoni di qualcosa di più grande di una semplice rassegna. Come se ogni calice versato avesse raccontato non solo un vino, ma un modo di essere, di restare e di guardare avanti.


 

Christian Wenger
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