Vini di confine: gemelli diversi in bottiglia
Vigne divise da fiumi e trattati: i vini di confine raccontano territori identici ma separati da denominazioni e Stati diversi.
Le denominazioni d’origine sono chiare e ci dicono che il vino nasce da un luogo preciso, delimitato e anche riconoscibile. Ma cosa succede quando quel luogo è stato diviso a metà da un confine? Geografico o politico che sia, può succedere che le vigne crescano su un pendio che appartiene a due Stati diversi, pur condividendo lo stesso suolo, lo stesso clima e anche la stessa varietà. In Europa, continente da sempre pluri-frammentato, queste probabilità sono più frequenti di quanto si pensi. Ci sono casi in cui sono i fiumi che dividono territori viticoli unitari, o crinali alpini ridisegnati dai trattati del Novecento, colline dove la storia, nel tempo, ha potuto spostare le frontiere lasciando le radici dov’erano. Il risultato è che esistono vini cosiddetti fratelli, che rispondono a denominazioni, normative e mercati completamente diversi.
Ecco cosa succede lungo alcuni dei confini europei più significativi.
Fiumi e montagne come confini geografici
Il caso più immediato da capire è quello del Douro. Il fiume nasce sull’altopiano di Castiglia, attraversa la penisola iberica e sfocia nell’Atlantico. In Spagna si chiama Duero, in Portogallo Douro. Le vigne crescono sugli stessi pendii di scisto, affrontano il caldo brutale quand’è estate e il freddo quand’è invece inverno. In entrambi i casi. Il punto è che un vino nasce portoghese e l’altro spagnolo. Quinta do Crasto a valle produce Porto e rossi del Douro, mentre Vega Sicilia a monte lavora su Tempranillo e varietà castigliane. Il confine c’è?
Sulla Mosella succede lo stesso. In questo caso abbiamo un corso d’acqua che divide Germania e Lussemburgo, ma lato vino, sempre di Riesling, ardesie e pendenze che superano il 60% si parla. Dr. Loosen lavora sul versante tedesco, Domaine Mathis Bastian su quello lussemburghese. Le differenze principali riguardano fisco e denominazione. Esposizione, suolo e metodo di lavoro sono condivisi.
Stessa storia anche lungo il Reno, tra Alsazia (Francia) e Baden (Germania), dove l’omonimo fiume taglia una faglia geologica speculare: se Trimbach cerca la secchezza verticale francese, Bernhard Huber sul lato tedesco interpreta i Pinot con precisione.
Nelle Alpi il confine è meno evidente perché non c’è un fiume a marcarlo. Ci sono le montagne e i loro crinali, sfruttati dai trattati come fossero linee di demarcazione. Tra Valle d’Aosta e Savoia, per esempio, i sistemi morenici glaciali sono identici. Il Prié Blanc valdostano e il Gringet savoiardo crescono su terrazzamenti che allo stesso modo sfidano la gravità, a quote dove la vendemmia si gioca in pochi giorni d’autunno. Cave Mont Blanc a Morgex e Domaine Belluard in Savoia producono vini estremi da territori pressoché identici. O meglio, producevano, perché Belluard, il nome più famoso legato alla produzione di Grignet, è stata chiusa in concomitanza con la scomparsa del suo fondatore nel 2021.
Il Novecento e le guerre: mappe ridisegnate
Nel Collio e nel Carso il confine tra Italia e Slovenia è più recente e visibile. Il Novecento ha cambiato le mappe almeno tre volte: Grande Guerra, secondo dopoguerra, dissoluzione della Jugoslavia. Le vigne hanno subito più o meno la stessa sorte. Sul Collio la ponca è la stessa, sia che ci troviamo in Slovenia sia in Italia. Ed infatti la Ribolla Gialla (Rebula oltre il confine) cresce identica su entrambi i versanti. Movia imbottiglia sul lato sloveno vini che hanno lo stesso DNA produttivo di quelli di Oslavia: Radikon e Gravner su tutti.
Sul Carso la situazione è ancora più radicale. Il vitigno è la Vitovska e Skerk, Zidarich, o Kante producono vini inconfondibilmente interconnessi. Ma basta attraversare pochi chilometri per arrivare nel Kras sloveno, dove lavorano con la medesima matrice calcarea aziende come Krasna Vina o Štoka.
Pantelleria è un caso climatico
Pantelleria è un caso diverso perché qui il confine non è tra due Stati ma tra due mondi, due continenti. L’isola è italiana per amministrazione, ma geograficamente e climaticamente è in realtà più vicina al Nord Africa. Dista solo 70 chilometri dalla Tunisia, e oltre 100 dalla Sicilia. Le vigne guardano a sud, il vento arriva dal Sahara, il sole è africano, il paesaggio è vulcanico e lunare. L’alberello pantesco è una tecnica di allevamento della vigna che risponde più al clima desertico che a una tradizione enologica continentale. Le piante vengono scavate dentro conche nel terreno per difenderle dal vento.
Sull’isola si coltiva lo Zibibbo, che ci è stato regalato dal mondo arabo. Il nome deriva infatti dall’arabo zabīb, che significa ‘uva passa’. Donnafugata con il Ben Ryé ha reso questo vino riconoscibile internazionalmente, ma Marco De Bartoli con Bukkuram e Salvatore Murana hanno dato nuovo slancio al racconto di questo vino dolce così squisito e iconico. Una Pantelleria più salina, più ancestrale.
Oltre la denominazione
La questione dei vini di confine mette in discussione l’idea che la denominazione d’origine sia una garanzia identitaria assoluta. Dimostra che il terroir esiste indipendentemente dal resto.