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© Dyana Wing So (Unsplash)

Arrivano i dazi: istruzioni per l’uso e quali i pericoli per l’agroalimentare made in Italy

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Dagli Usa arriva la conferma dei dazi su alcuni prodotti provenienti da 25 Paesi esteri. Cinque domande per capire di cosa preoccuparsi e perché il settore dell’agroalimentare italiano è in pericolo.

L’imminente applicazione dei dazi americani su prodotti esteri sta scompaginando l’export di tutto il mondo. Una manovra alla maniera di Trump, dagli effetti speciali garantiti. Tutti  parlano di dazi, ma per non farci trovare impreparati ecco ciò che c’è da sapere, i pericoli per l’economia mondiale, quali le conseguenze sul nostro tanto amato made in Italy da mangiare e bere.

Dazi, sappiamo di che si tratta?

Il dazio è un’imposta indiretta da applicare su un determinato bene o servizio che attraversa il confine di uno stato per arrivare in un altro. Lo scopo è rendere un prodotto più costoso, quindi non competitivo a livello commerciale. Sfavorisce l’acquisto di merce estera, incentivando lo scambio interno di prodotti. Esistono i dazi di importazione e di esportazione, Trump intende applicarli entrambi.

I dazi vengono applicati in fase di passaggio alla dogana, quando il pagamento va a buon fine il prodotto può circolare liberamente all’interno di un certo stato con un prezzo più elevato per il consumatore finale. La filosofia trumpiana, se così possiamo definirla, è volta a penalizzare tutto ciò che proviene dall’estero, Europa inclusa, per incentivare la produzione negli Usa, notoriamente in difficoltà.

I dazi danneggiano davvero l’economia?

Imporre un dazio genera non pochi sconvolgimenti nel commercio nazionale e internazionale. Le barriere tariffarie sono note per provocare forti danni ai partner commerciali, anche per quelli che i dazi non li subiscono. Irrigidimento delle parti coinvolte, scambi sempre più difficoltosi sono solo alcune delle conseguenze immediate. Una vera e propria guerra commerciale che, in una situazione geopolitica caotica come l’attuale, non facilita le cose.

Quali i prodotti minacciati dai dazi Usa?

I dazi Usa non colpiranno solo l’Ue, ma anche Cina e paesi vicini come Messico e Canada, in totale si parla di 25 Paesi. L’obiettivo è ridare all’America una dignità commerciale perduta, secondo il tycoon.
A marzo si è partiti con un +25% su alluminio, ferro e acciaio. Le ripercussioni sono state calcolate, solo per gli stati europei, con una perdita di circa 18 miliardi di euro. Una lista pronta ad allargarsi perché ogni giorno ce n’è una nuova. Infatti il presidente Usa ha rincarato la dose con l’annuncio di dazi del 25% sulle auto importate, intendendo mettere in ginocchio non solo l’Europa, ma anche il vicino Canada.
Lo ha definito «L'inizio della liberazione americana» e a tutto ciò si aggiungono anche dazi correlati a prodotti farmaceutici. La conferma arriva dopo diversi cambi di passo sull’argomento.

L’inquilino della Casa Bianca ha spiegato che queste tariffe maggiorate incoraggeranno gli investimenti in house, quindi negli Stati Uniti, affermando che i produttori si stanno già organizzando in tal senso. Secondo il presidente gli Usa si incasseranno tra i 600 milioni e un trilione di dollari in due anni.

Le reazioni non si sono fatte attendere dall’Europa, quindi via a contromisure per pararsi dai danni in arrivo. È un’iniziativa a due fasi, una attiva dal 2 aprile in cui i prodotti USA ad essere toccati saranno whisky, bourbon, jeans, barche e Harley-Davidson, tutti prodotti già tassati durante la prima amministrazione Trump, poi sospesi da Biden.
Dal 13 aprile invece, si applicheranno altri contro-dazi su tessuti, pelletteria, utensili ed elettrodomestici, materie plastiche, carni come pollame e manzo, frutti di mare, uova, noci, zuccheri, latticini e verdure.
Una situazione in continuo aggiornamento che vede inasprirsi le risposte di Trump. Infatti in caso di applicazione di queste misure verranno applicati dazi del 200% su vini, bollicine e altri alcolici europei, Italia inclusa. Al momento, però, non vi è certezzaa riguardo.

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Perché l’Italia dell’agroalimentare deve preoccuparsi?

Il tanto amato Made in Italy rischia decisamente tanto. Si conta che i dazi provocherebbero danni sul commercio dell’11,6% solo a livello nazionale. L’osservato speciale è il settore dell’agroalimentare italiano. Attualmente ad arrivare Oltreoceano sono Parmigiano, Pecorino Romano, Moltepulciano, Barbera e il tanto amato Prosecco, citando solo i più famosi. Tutti ambasciatori del nostro Paese che rischiano di rimanere fermi in magazzino.

Il caso del vino è ciò che desta non pochi grattacapi per i produttori. Negli Usa il business del vino italiano vale circa 1,8 miliardi di euro (dati CIA 2024).
A dipendere maggiormente dagli Stati Uniti sono i vini del nord Italia, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, con una quota del 48% e un valore esportato di 270 milioni di euro nel 2024. A seguire c’è la Toscana con il 40% e un valore di 659 milioni, vini rossi del Piemonte con 31% e 358 milioni. Menzione a parte per il Prosecco Dop che vale il 27%, e 450 milioni. Tutti grandi numeri pronti a cambiare.

I dazi non sono piombati come un fulmine a ciel sereno sull’economia mondiale e Donald Trump non ne ha fatto mai mistero sin dalla campagna elettorale. Gli importatori più furbi, vista la situazione, si sono mossi per tempo anticipando gli ordini. In molti hanno optato per scorte importanti dopando il mercato, in modo da non farsi trovare impreparati. Ad oggi sono molti i produttori italiani ad avere paura, soprattutto perché alcuni container sono già rimasti fermi in attesa di capire cosa sarebbe successo. Altri importatori americani invece, hanno iniziato a guardarsi intorno cercando alternative alle bollicine italiane, in modo particolare. Lo scenario però, è tutto in continua evoluzione e i risultati reali li avremo nel momento in cui i dazi saranno realtà tangibile.

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Nuovi scenari per i produttori italiani. Piangersi addosso o cercare nuovi mercati?

Nomisma, all’interno di un dibattito infinito con associazioni di categorie e affini, ha rilevato che l’export agroalimentare negli Usa è cresciuto del 158% in soli 10 anni, diventando il secondo mercato di riferimento mondiale per cibo e vino. Un business, quello del made in Italy, pronto ad essere messo seriamente alla prova.

C’è chi ritiene che questi beni siano imprescindibili e che, in un modo o nell’altro, i consumatori statunitensi potrebbero continuare a premiarli nonostante l’aumento di prezzo, ma ciò non è certo. Infatti non si tratta di beni di lusso, ma sono rivolti a un pubblico popolare, collocati in una fascia di prezzo che non supera i 4,18 euro al litro franco cantina e, sullo scaffale del supermercato americano, non tocca più di 13 dollari. Non bastano i vini di lusso che valgono il 2% dei volumi esportati. L’applicazione del 25% in più sui prodotti – se tutto va bene - potrebbe creare un impatto negativo sull’export di vino di circa 98%. Lo stesso discorso va fatto anche per altri beni dell’agroalimentare italiano.

C’è chi dice che i prodotti italiani resteranno insostituibili, ma la vita ci insegna che tutti siamo utili e nessuno indispensabile, quindi la scelta tra un prodotto più buono e uno meno buono dipende anche dal prezzo. C’è da stare in campana e riflettere su come dare una svolta al mercato del food & wine, andando oltre la comfort zone collaudata. Un successo lungo più di 20 anni non si può cancellare certo, ma è il momento di mettersi al lavoro per salvarsi e salvare il vecchio buon made in Italy.

Serena Leo
Serena Leo
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