I vigneti di Pompei tornano in bottiglia con Feudi San Gregorio
L’azienda irpina ha vinto un bando, promosso dal Parco Archeologico, che prevede l’impianto di vigne e la realizzazione di una cantina, tutto destinato a rimanere dell’istituzione. Un progetto che intreccia vino, cultura e territorio.
Il vino della Campania felix era conosciuto a Roma e apprezzato sulle tavole di tutto l’Impero. E non mancano le testimonianze di un’importante attività vitivinicola nell’area di Pompei. Una storia alla quale si riallaccia oggi il progetto di recupero dei vigneti all’interno dell’area archeologica, che vede protagonista Feudi San Gregorio.
L’azienda irpina ha infatti vinto un bando promosso dal Parco archeologico di Pompei e ha avviato la realizzazione di un ambizioso progetto che riannoda i fili tra vino, civiltà mediterranea ed enoturismo.
Una cantina e 6 ettari di vigna
A Pompei esistono già vigne, un ettaro circa piantato da 25 anni. Il parco archeologico ha deciso di allargare la superficie vitata fino a quasi 6 ettari, creando una vera e propria azienda vitivinicola all'interno del sito, accessibile al pubblico e integrata nel percorso di visita. E Feudi San Gregorio ha vinto il bando, assumendosi un impegno ventennale.
«Abbiamo avviato la piantumazione di cinque ettari – rivela Antonio Capaldo, presidente di Feudi – e i primi vini andranno in produzione fra tre o quattro anni. E soprattutto avremo la possibilità di raccontare che il vino è cultura e parte della nostra civiltà mediterranea da sempre. Secondo me è un valore importante, nel mondo di oggi in cui il vino è spesso sotto attacco».
I suoli vulcanici del sito oggi famoso, rimasti intonsi per duemila anni, rappresentano una condizione produttiva del tutto peculiare. «Da Pompei - ricorda Capaldo - il vino già in epoca romana circolava in tutta Europa. Le varietà che verranno piantate sono quelle storicamente coltivate nel sito — vitigni autoctoni campani, gli stessi che Feudi valorizza in Irpinia da quarant'anni. Abbiamo già piantato alcune viti e su quei terreni sono esplose».
Il vino diventa percorso di visita a Pompei
Il progetto ha anche una funzione di “decompressione” turistica. Pompei sfiora i 9 milioni di visitatori l'anno e il parco non riesce ad assorbirli tutti. Le nuove vigne - alcune all'interno del recinto archeologico e altre nei terreni circostanti, da dove il parco è visibile - consentiranno di costruire un percorso di visita alternativo.
«L'idea del parco è di creare un percorso di visita addizionale rispetto a quello attuale - spiega l’imprenditore – che potrebbe coinvolgere fino a due milioni di ospiti. Con questo percorso si potrà vivere l'esperienza delle vigne e degli orti, vivendo il parco in maniera differente». Verrà inoltre realizzata una cantina per realizzare le microvinificazioni direttamente in loco.
Un progetto pubblico-privato
L'accordo prevede che alla scadenza dei 19 anni di contratto tutti gli investimenti - la cantina, i vigneti, le infrastrutture per un totale di circa due milioni di euro - resteranno nelle mani del Parco, incorporati nel progetto Greater Pompei. Per Feudi, il ritorno economico passa dalla valorizzazione del marchio e dalla vendita delle bottiglie.
«La valorizzazione del nostro legame con questo sito straordinario, la promozione e probabilmente anche la vendita delle poche bottiglie prodotte ci consentiranno forse di rientrare (in tutto o in parte) – chiosa Capaldo con franchezza - però sicuramente l'investimento finale resterà nelle mani del Parco». Le bottiglie saranno vendute attraverso un portale co-gestito dall’azienda e dal Parco.
Per Feudi si tratta di un rovesciamento di prospettiva rispetto alla logica consueta dell'enoturismo. «Se finora l'obiettivo era attrarre visitatori verso la cantina in Irpinia, qui abbiamo l'opportunità di portare un nostro avamposto all'interno di uno dei luoghi più visitati d'Italia. E da lì, nei luoghi d'origine, possiamo raccontare in tutto il mondo le varietà autoctone dell’Irpinia e della Campania».
È evidente come il progetto non debba produrre valore solo per Feudi. «Avremo un’attenzione estrema per farne un'opportunità per tutti: prima di tutto per i vini del Vesuvio, per tutta l'Irpinia, per tutta la Campania – dice il presidente di Feudi - Le varietà che andremo a piantare non sono molto conosciute a livello internazionale ed è un'opportunità pazzesca di portarle in giro per il mondo. Il vino è parte della civiltà mediterranea e io spero che questo progetto abbia un impatto positivo per il vino in generale. Noi produttori ci siamo un po' allontanati dalla divulgazione dei valori positivi del vino. Ci siamo spesso soffermati troppo sulla parte tecnica, però magari ci siamo dimenticati le storie che sono dietro al prodotto, che poi molti consumatori vogliono ascoltare».
Pompei, con il suo carico simbolico e i suoi milioni di visitatori, può diventare il luogo dove tutto questo avviene su larga scala. Il modello, secondo Capaldo, potrebbe essere replicabile anche altrove. «Pubblico e privato possono lavorare insieme. In questo paese il turismo deve sempre di più cercare di fare sistema - conclude – C’è un patrimonio culturale che si apre alla viticoltura, un investimento privato che alla fine resta al territorio, una formula che l'Italia deve imparare a costruire con più sistematicità».