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© Lido Vannucchi

Oltre i cliché: tecnica e pensiero nella nuova cucina selvatica

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Dalla Toscana al Friuli-Venezia Giulia, passando per la Lombardia e l'Alto-Adige: cuochi radicali rimettono al centro il selvatico. Non più vezzo stagionale ma ingrediente identitario che interroga, educa e definisce una nuova responsabilità gastronomica.

La selvaggina è una carne che interroga, non ammicca e non concede. Arriva con tutto il peso della sua storia ma oggi si propone come leva per ripensare radicalmente il nostro rapporto con la natura, con la cucina e con il consumo. Nel fine-dining contemporaneo, sempre più spesso disancorato dalla banalità dell’iper-tecnicismo, il selvatico diventa veicolo di identità, di narrazione, di coscienza. È un’assenza di compromessi che si fa ingrediente.

Il ritorno del selvatico: geografia gastronomica e rigore espressivo

Non si tratta di riportare in auge un immaginario rurale idealizzato, né di riscoprire nostalgicamente ricette dimenticate. Si tratta, piuttosto, di spingere la cucina verso territori meno battuti, dove l’imprevedibilità diventa valore e il sapore una sfida aperta alla monotonia palatale.
Ed è proprio questa tensione a smuovere cuochi visionari come Edoardo Tilli al Podere Belvedere in Toscana, Davide Caranchini al Ristorante Materia di Cernobbio, Alessandro Gavagna alla Trattoria Al Cacciatore de La Subida, Fabrizia Meroi al Laite di Sappada, Norbert Niederkofler all’Atelier Moessmer di Brunico e Mauro Uliassi al Ristorante Uliassi di Senigallia. Tutti, in modi diversi, contribuiscono a una grammatica nuova del selvatico, fatta di rispetto, misura e profondità.

In questo scenario si inserisce con coerenza l’esperienza dei Fratelli Vergine del Grow Restaurant, realtà brianzola emergente – già premiata dalla Rossa - che fa della selvaggina un atto politico e poetico insieme:

La selvaggina è l’opposto del controllo. È una carne che arriva quando decide la natura, non il mercato. Cucinandola, si impara ad ascoltare.

afferma Matteo Vergine, Co-Owner del Ristorante Grow.

Il selvatico, dunque, non come parentesi stagionale ma come asse portante di una visione gastronomica che rifugge la prevedibilità e ricerca senso.

Tecnica e visione, la sfida contemporanea della selvaggina

Negli ultimi anni, in Italia, la selvaggina è tornata ad occupare il proprio spazio nel lessico della Grande Cucina. Non più relegata alle tavole di campagna o alle sole stagioni venatorie – grazie alla nascita di filiere certificate, di cui Carni del Bosco in Emilia-Romagna è una delle più sviluppate - ma riletta con sguardo contemporaneo da cuochi che ne comprendono la forza narrativa e la potenza espressiva, attualizzabile attraverso le tecniche e conoscenze contemporanee.
La materia è certamente impervia, ostica e proprio per questo così affascinante: carni tese, sapori profondi, profili aromatici che sfuggono alle geometrie levigate del gusto internazionale. Eppure, è proprio in questa (apparente) “indomabilità” che molti Chef oggi intravedono l’opportunità di riscatto di una materia prima che è stata legata a lungo a circuiti di approvvigionamento non sempre chiari, nonchè “sottomessa” da una cucina maldestra, spesso fatta passare per tradizionale, che ne aveva completamente distorto la percezione.

La selvaggina e l’accettazione della variabilità, secondo Michele Milani

La nuova cucina della selvaggina non cerca la mimetizzazione ma l’evidenza. Michele Milani, Cuoco a Domicilio, Consulente in materia di selvaggina e Autore del libro Selvatica - che concentra le “ricette selvatiche” di grandi cuochi italiani, tra cui Igles Corelli e l’archivio del Trigabolo di Argenta - lo afferma senza esitazione:

Il sapore del bosco non si addomestica. È asimmetrico e mutevole. Ma in quella dissonanza c’è la bellezza.

Il piatto "Camouflage – Una lepre nel bosco" di Massimo Bottura è un esempio emblematico. Non è solo una provocazione visiva: sotto quella superficie pittorica si cela una costruzione sapiente che stratifica amaro, selvatico, dolcezza e profondità terrose.

Raccontare il selvatico, tra cultura gastronomica e formazione palatale

Ogni animale è diverso: maschio o femmina, giovane o vecchio, stressato o libero. Ogni carne restituisce una storia, un quadro di ciò che accade in natura.

afferma Matteo Vergine.

In sala, la narrazione che accompagna un piatto di selvaggina non è mai la stessa: cambia con l’animale, cambia con il contesto. È un atto culturale prima ancora che gastronomico. E per questo va spiegato, interpretato, masticato anche intellettualmente.
Milani sottolinea poi l’importanza della frollatura, della tracciabilità e della lavorazione adeguata:

Il selvatico trattato bene ha una gamma gustativa che va ben oltre lo stereotipo del gusto forte e pungente a cui, troppo spesso, siamo stati abituati. Oggi, grazie alla formazione obbligatoria per i cacciatori e al miglioramento della filiera, abbiamo una carne pulita, distinguibile, identitaria e sicura, paragonabile ad un prodotto DOP.

Una visione integrale: la selvaggina secondo i Fratelli Vergine

Al Grow Restaurant, il selvatico non è una comparsa stagionale, è una costante, un elemento strutturale della visione gastronomica. Non solo per una questione di gusto ma per una coerenza narrativa che include il territorio, la biodiversità, l’etica del consumo.

Abbiamo creato monografie su ogni animale, raccontando la sua interezza: dal fegato alle cosce, fino al cuore. Vogliamo mostrare che mangiare un animale non significa solo consumarne le parti nobili

racconta ancora Matteo Vergine.

Il loro piatto "Viaggio del Colombaccio" è un manifesto: sette tagli, sette consistenze, un solo animale. E la consapevolezza, rara, che ogni boccone debba avere senso.

Il valore della carne: etica e consapevolezza della cucina selvatica

Se in passato la selvaggina era sinonimo di piatti opulenti e ridondanti, oggi è un laboratorio di finezza, precisione e misura. Ma anche di responsabilità: mangiare selvaggina è un po’ come avvicinarsi ad un grande vino, richiede conoscenza, rispetto, capacità di discernimento.
E proprio come per i grandi vini, occorre un patto implicito con chi produce, lavora e racconta quella materia. Il selvatico, per essere davvero risorsa e non feticcio, ha bisogno di filiere trasparenti, formazione rigorosa e soprattutto consapevolezza diffusa. In cucina, in sala e tra i commensali. Perché ogni gesto che coinvolge un animale, ogni taglio servito nel piatto, comporta una scelta.
E ogni scelta, oggi più che mai, è un atto di responsabilità.


 

Kevin Feragotto
Kevin Feragotto
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