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Pranzo della domenica, che passione! (prima parte)

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Dall’antipasto al dolce il menù completo dal Piemonte al Friuli

Lento, intimo e profuma d’amore: questo è il pranzo della domenica secondo gli italiani che amano cimentarsi ai fornelli. Un’abitudine piena di significato che, nel segno della tradizione, traccia la storia culinaria del Paese. Un viaggio, il nostro, alla scoperta di curiosità dall’antipasto al dolce. Preparate forchetta e coltello, si parte.

In principio fu l’antipasto

© Cook Eat (Pexels)

Anche in un pranzo conviviale deve esserci un’entrée: il vitello tonnato mette sempre tutti d’accordo. La ricetta piemontese ha attraversato tempo e spazio per arrivare fino a noi, con tutte le contaminazioni regionali del caso. Non cambia la lenta bollitura della carne, mentre per la salsa ci si ispira a quella dell’Artusi che unisce acciughe, tonno, limone, capperi e olio. Ogni famiglia conserva un ingrediente segreto che lo rende una scelta imbattibile. Occhio, è gradito anche per il menù delle feste. 

 

Pasta, storia d’amore tutta italiana

© Giorgio Minguzzi (Flickr)

Tra timballi e pasta ripiena, il carboidrato è il fil rouge della domenica. Andiamo in Lombardia, dove il ris giald è il protagonista indiscusso.
Il risotto allo zafferano è perfetto se servito con l’ossobuco e il suo sugo, con un’essenziale gremolada. Un piatto all’apparenza semplice, ma che richiede pazienza. Sarà la cottura del brodo di vitello, oppure la mantecatura del risotto condotta a mano con l’immancabile spolverata di Parmigiano q.b., il piatto è una prerogativa dei cuochi provetti della domenica. Se stupire è la parola d’ordine, la foglia d’oro alla Marchesi sul finale è una buona idea.
 

Bollita o al sugo, purché sia carne

© Lucio Panerai (Pexels)

In Veneto la tradizione carnivora si celebra a Verona con il bollito di carne servito con la salsa pearà. Si narra che il brioso accompagnamento sia stato creato dal cuoco del longobardo Re Alboino come energizzante per la sua regina infelice. La ricetta della tradizione si è arricchita di varianti sostanziose, che riflettono la natura pratica dei veneti per cui è essenziale insaporire e saziare. Il risultato è un bollito dal gusto piccante, adatto per la tavola invernale. 

Costante della domenica lenta è il ragù, che in Liguria si chiama tuccu zeneize: una preparazione che si tramanda da generazioni ed è un obbligo saperlo cuocere a dovere. La particolarità sta nell’unico pezzo di manzo o vitello - il tocco appunto - utile per insaporire il sugo di pomodoro, ottimo con i ravioli ripieni di borragine. Il tuccu è una ricetta salva-tempo perché funziona da primo e secondo. Un evergreen per tutte le stagioni. 

 

Mai dire no al dolce 

© Ben Stein (Unsplash)

Se non c’è il classico cabaret di pasticcini, allora si può fare ricorso alla tradizione di montagna con un dolce di confine: la gubana. Famosa per la sua forma a chiocciola, del suo sapore se ne parla sin dal Cinquecento, quando veniva quotato per una lira di venti soldi, una fortuna per l’epoca in regione. Nella versione originale ci sono noci, uva passa, pinoli e amaretti sbriciolati. Non mancano le varianti che potranno diventare il pretesto per golose competizioni domenicali da consumare a tavola. 

E per finire c’è lo strudel di mele. Erede della baklava turca, ha affrontato avventure incredibili per attestarsi a comfort food del Trentino Alto Adige. Arriva in Europa passando per l’Ungheria prima, per l’Austria poi. La metamorfosi ha visto sostituire le noci con i pinoli, la pasta fillo turca con la pasta matta. Le mele, simbolo alpino, rendono lo strudel quel dolce passepartout anche per la grande tavola della domenica. 

Serena Leo
Serena Leo
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