La cena va in scena
Il dinner show conquista Milano: tango proibito, sushi che diventa club, cabaret nel Quadrilatero. E una domanda da critica: dove finisce il piatto e comincia lo spettacolo?
Robert De Niro è Rupert Pupkin, l'aspirante comico di «Re per una notte» di Martin Scorsese: prova il suo numero davanti a sagome di cartone a grandezza naturale, una platea finta che non ride mai, mentre da un registratore lancia lui stesso la risata in scatola. È forse lo sguardo più triste del cinema americano, quello di chi vuole disperatamente far ridere una sala e una sala vera non ce l'ha. Oggi gli eredi di Pupkin il pubblico l'hanno trovato. Solo che mangia, brinda e alza il telefono per filmarli. Benvenuti nel dinner show.
A Milano è già la moda della stagione, perché qui le mode arrivano prima, le buone e le pessime. Ma perché ci piace tanto cenare con lo spettacolo? La spiegazione comoda è post-pandemica: dopo mesi davanti a uno schermo, uscire è tornato a essere un evento. Quella vera è più antica. Mangiare in silenzio, concentrati sul piatto come a un esame, è un'invenzione recente e triste: per quasi tutta la storia umana la tavola è stata un palcoscenico. Alle corti rinascimentali, tra una portata e l'altra, sfilavano musici, sculture di zucchero e buffoni; il triclinio romano univa cibo e teatro senza sensi di colpa. Il dinner show non inventa nulla, ci restituisce un'abitudine rimossa. Che funzioni lo dicono le sale, non i bilanci: tavoli pieni, prenotazioni a settimane, spesso due turni per sera. Il capostipite è il Blue Note, in Isola, in Italia solo a Milano e gemello dello storico jazz club del Greenwich Village, che da oltre vent'anni fa due spettacoli a notte mentre si cena. Ma lì comanda la musica; la novità di oggi va oltre il concerto.
Tre indirizzi milanesi
Il primo è Sushi Samba, da gennaio al primo piano della Torre Velasca. Cucina nikkei che incrocia Giappone, Brasile e Perù: ceviche e anticuchos, gyoza di wagyu, taquitos croccanti di aragosta, il roll The Royal al wagyu, guacamole all'ají amarillo e i grandi tagli alla robata; caipirinha reinventate. Ma la samba c'è eccome: percussioni dal vivo e ballerine in piume e poco altro che, a sera inoltrata, scendono a danzare tra i tavoli. La femminista che è in me sussulta, ma la sala si accende. Poi tutto scivola nella Sambaroom, la stanza nascosta dove si balla fino alle tre. Si comincia seduti, si finisce in piedi.
Diverso il secondo, El Porteño Prohibido in via Melloni, che si proclama prima «Casa de Tango» d'Europa e non esagera. Qui si balla un'altra storia: coppie di professionisti, due cantanti e musicisti dal vivo portano in scena il tango diretto da Miguel Ángel Zotto, con incursioni di malambo, la danza maschile ritmata cugina del flamenco, e il volteggiare delle boleadoras. Due gli spettacoli a rotazione, il tango di «Chau no va más» e il visual-acrobatico «Malabares». Nel piatto la pampa: empanadas, asado e tagli alla parrilla, mollejas, il Sashimi Porteño di Fassona marinata, dulce de leche a chiudere; in cantina Malbec e Torrontés.
Il terzo gioca un campionato di eleganza che non alza la voce: l'Emporio Armani Ristorante & Caffè di via Manzoni. Cucina italiana di Ferdinando Palomba; di sera il piano terra si fa piccolo teatro tra cantanti e sassofoni, e al primo piano una drag performer-dj trasforma la cena in scena. Niente piume, niente coriandoli: il Quadrilatero fa spettacolo come fa tutto, sottovoce e con un buon taglio di giacca. La programmazione riprenderà a settembre, appuntamento fisso dal mercoledì al sabato.
Il cibo passa in secondo piano?
È la domanda che un'ispettrice non può evitare, e la risposta onesta è: dipende, e si vede subito. C'è il dinner show in cui la cucina è ostaggio dei riflettori, le portate diventano comparse e il conto sa di biglietto travestito da menù. E c'è quello in cui palco e padella si rispettano: la parrilla del Porteño difende il suo asado, la robata di Sushi Samba non si nasconde dietro le piume. La misura è semplice: quando lo spettacolo è bello, il piatto mediocre viene perdonato; quando il piatto è buono, non ha bisogno di perdono. È il secondo caso l'unico che vale la pena raccontare. E poi torna lo sguardo di Pupkin: come ci si sente a ballare tra i tavoli mentre la prima fila taglia la carne e fa tintinnare i bicchieri? Si è arte o tappezzeria di lusso? I locali che reggono sono quelli dove il pubblico, a un certo punto, posa la forchetta.
E Roma?
La Capitale arriva un passo indietro, con un'eleganza tutta sua. Il nome è l'Ellington Club, al Pigneto: dal 2019 una piccola Harlem anni Venti firmata Alessandro Casella e Vera Dragone, con jazz e swing dal vivo, burlesque dalle nove e mezza, paillettes e luci basse mentre si cena alla carta. Più varietà d'antan che dinner show alla milanese, ma teatro a tutti gli effetti. Per il resto Roma resta sull'asse cena-e-disco dell'EUR, dove lo show è più nightlife che drammaturgia. La differenza con Milano è quella: lassù si va a vedere uno spettacolo, quaggiù a una festa. Due modi diversi di non voler più, semplicemente, cenare.