Dietro un calice di vino siciliano, una “nursery” della vite e i progetti per salvaguardare i vitigni locali
Tra le regioni italiane, la Sicilia è un esempio virtuoso in fatto di ricerca di strategie di sviluppo sostenibili per la viticoltura.
Non si tratta di una questione recente, legata all’accentuarsi dei cambiamenti climatici, ma di un impegno che viene portato avanti da molto tempo e che, negli ultimi anni, ha visto il lancio di tante iniziative diverse, nelle quali il Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia è spesso protagonista, insieme alla Regione Sicilia, ai ricercatori accademici e al Centro regionale per la conservazione della biodiversità viticola ed agraria Federico Paulsen.
Uno dei tanti focus di studio è rappresentato dalle varietà locali di vite, attorno alle quali si concentrano vari progetti di ricerca, volti a preservare un patrimonio come quello siciliano, costituito da 97mila ettari di vigneto e da 74 varietà autoctone di uve.
Dallo studio della vite, emergono infatti aspetti molto importanti, come ad esempio piante più capaci di altre di adattarsi a condizioni estreme di caldo e siccità, oppure di resistere a determinate patologie. Sono temi che attraversano costantemente il settore vitivinicolo e che sono di fondamentale importanza, non solo per gli esperti, ma anche per chi ogni giorno si gode semplicemente il piacere di un calice di vino.
Federico Paulsen, la nursery della vite
Il Centro regionale Federico Paulsen è una realtà di grande importanza nel campo degli studi sulla viticoltura. Si tratta di una vera e propria “nursery della vite”, dove i ricercatori conservano e riproducono tantissime varietà tipiche siciliane, tra cui alcune estremamente rare, dette varietà-reliquia. Un lavoro iniziato nel 1885, sulla spinta di quella terribile catastrofe che fu l’avvento della fillossera (a cavallo tra XIX e XX secolo), il parassita arrivato dal Nordamerica che devastò gran parte del patrimonio viticolo europeo, compreso quello italiano e siciliano. In Sicilia, sotto la guida dello studioso Federico Paulsen (da cui il nome del centro), furono condotti i primi studi che permisero di fermare l’attacco della fillossera, semplicemente innestando le piantine su una base (piede) di vite americana.
Nel vivaio, oggi diretto dal dottor Vincenzo Pernice, si lavora su moltissime tipologie di viti, dal famoso Nero D’Avola a Grillo, Zibibbo e Moscato Bianco, ma anche quelle varietà che danno vita ai vini dell’Etna, come Nerello Mascalese e Carricante, e ancora Perricone, Alicante, Grecanico. Ci sono anche varietà dalla diffusione più rara, come Minnella Nera e Nocera, e alcune rarissime “varietà-reliquia”. Ne esistono quasi 60 e si tratta di piante recuperate tra i vecchi vigneti presenti in giro per la Sicilia, che i ricercatori stanno cercando di moltiplicare, così da salvarne il futuro e consentire ai produttori di tornare a utilizzarle. Tra queste ci sono varietà come Orisi, Vitrarolo, Recunu e Lucignola.
Il vivaio serve così da riserva di tipologie di vite, a disposizione dei produttori per recuperare le piante qualora andassero perdute. Ma oltre al “presente”, qui della viticoltura si custodisce anche il passato, grazie a un erbario in cui sono raccolti centinaia di campioni e a una vasta biblioteca di testi su agricoltura e vitivinicoltura.
I progetti e il coinvolgimento delle aziende
Nel corso degli anni, a livello regionale, sono stati lanciati molti progetti diversi, orientati in maniera specifica alla moltiplicazione e al recupero di specifiche varietà di vite.
Tra i progetti più recenti c’è V.I.S.T.A., in cui il Consorzio di Tutela dei Vini Doc Sicilia coordina oltre dieci aziende produttrici in un lavoro dedicato alla varietà Catarratto Lucido, il vitigno più coltivato in regione con oltre 28mila ettari di superficie. Di questa varietà si studiano sia i diversi biotipi che le diverse possibilità di impiego, come ad esempio, soprattutto per vigneti di collina, la capacità delle uve di prestarsi alla produzione di spumanti. Altro focus del progetto riguarda la sostenibilità, perché essendo una pianta molto rustica, il Lucido resiste bene alle malattie e a un’eventuale siccità, così la ricerca sta cercando di trovare le migliori combinazioni tra vitigno e terroir, a seconda della tipologia di vino che si vuole portare nel calice.
Più trasversale è invece il progetto denominato Bi.Vi.Si., che si concentra su un insieme di vitigni diversi, tra cui due reliquie (Vitrarolo e Lucignola) e varietà di più ampia diffusione come Nero d’Avola, Frappato, Perricone, Nocera, Grillo, Catarratto.
Il progetto è trasversale anche in termini di partecipazione e unisce il Consorzio di Tutela dei Vini Doc Sicilia, il Dipartimento Scienze Agrarie, Alimentari, Forestali dell’Università di Palermo (SAAF), il Dipartimento Scienze Agrarie, Alimentari dell’Università di Milano (DISAA) e infine cinque imprese agricole di diversi territori dell’isola e una vivaistica, che ha curato la produzione delle barbatelle.
Ecco dunque come un grande lavoro di sinergia tra tutti gli attori del territorio possa permettere ogni giorno di far arrivare nei nostri calici il vino che amiamo e di garantirne la produzione anche in futuro.